Il tiraemolla della Russia col programma ISS

Astronauti e cosmonauti di Expedition 67 riuniti per una cena comunitaria. Credits: NASA Johnson via Flickr - CC BY-NC-ND 2.0

La relazione tra Russia e il gruppo di partner internazionali guidati dalla NASA nel contesto del programma Stazione Spaziale Internazionale è stato uno dei migliori esempi di collaborazione in ambito scientifico degli ultimi 30 anni. In periodi recenti però la posizione della Russia si è fatta progressivamente più antagonista, mettendo in dubbio il proseguimento del lavoro comune in favore della realizzazione di una sua stazione spaziale nazionale.

L’ultima dichiarazione al riguardo, espressa come raccomandazione dal nuovo direttore di Roskosmos Jurij Borisov, nominato il 15 luglio, al Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, parlava di un abbandono della ISS da parte della Russia già nel 2024, che in termini di tempistiche spaziali è dopodomani. La notizia ha destato un certo allarme nella comunità spaziale, rientrato dopo qualche giorno grazie a un chiarimento dello stesso Borisov. La stampa aveva frainteso le sue parole, ha dichiarato Borisov, in quanto la raccomandazione espressa a Putin non era un abbandono della ISS nel 2024 ma dopo il 2024, non appena la nuova stazione spaziale russa ROSS sarà pronta.

Perché la Russia minaccia di andarsene?

Non è facile individuare una motivazione precisa per il drastico cambiamento dell’atteggiamento russo nei confronti dei partner del programma ISS. I fatti dell’ultimo decennio sembrano puntare alla volontà russa di riacquisire un ruolo centrale, prestigioso e indipendente nel contesto del mondo aerospaziale, non più subalterno alla NASA e, per quanto concerne i voli con equipaggio, non esclusivamente dedicato alla Stazione Spaziale Internazionale.

Si tratta di un atteggiamento che riflette l’evoluzione politica della Russia, che cerca di ristabilirsi come potenza di primo piano nello scenario internazionale. Ma rimanendo in ambito spaziale, tra gli indizi di questo cambio di direzione vi sono certamente alcune scelte di Roskosmos compiute sotto la direzione di Dmitrij Rogozin, che ha assunto la guida dei vertici dell’agenzia nel 2018.

Il primo è la mancata sottoscrizione degli Artemis Accords, un accordo internazionale sull’uso delle risorse dello spazio esterno scritto e sostenuto dagli Stati Uniti, volto a superare i framework legali del diritto spaziale promossi negli anni ’70 e ’80 dalle Nazioni Unite. Il secondo è la mancata partecipazione al progetto Gateway, naturale estensione in orbita lunare dell’esperienza ISS. Il terzo è la firma di un accordo con la Cina per l’esplorazione della Luna, di fatto alternativo agli Artemis Accords, al Gateway e in generale alla partnership con il blocco di nazioni spacefaring “occidentali”.

Le prime dichiarazioni a supporto di una stazione russa indipendente risalgono almeno al 2014, in concomitanza con la crisi internazionale nata dall’annessione della Crimea alla Russia. Ma a dispetto di queste voci e guardando ai fatti, Roskosmos si è impegnata a mantenere il suo ruolo nel programma ISS fino ad almeno il 2024, e le più recenti dichiarazioni di Borisov ne sono una conferma.

La Russia ha tenuto fin qui un piede in due scarpe. Da un lato ha assicurato per lungo tempo addestramento e trasporto in via esclusiva di cosmonauti e astronauti verso la ISS, ricavandone prestigio e centinaia di milioni di dollari di introiti. Dall’altro ha iniziato un gioco al rialzo, sperando forse di ritagliarsi una posizione più favorevole nei negoziati sui futuri programmi spaziali. Al contempo ha iniziato a sondare il terreno con partner antagonisti degli Stati Uniti, ad esempio la Cina.

Al momento non si riscontrano però risultati positivi concreti, se non l’inasprimento delle relazioni internazionali, la perdita quasi totale di clienti europei, l’assenza completa dal programma Gateway e un pugno di comunicati stampa relativi alla collaborazione con i Cinesi senza programmazione concreta di missioni.

A chi giova tutto questo rumore?

Innanzitutto va preso atto che la strategia comunicativa di Roskosmos si è progressivamente trasformata in propaganda a supporto del governo di Mosca, ed è destinata primariamente al popolo russo e non all’opinione pubblica internazionale. Un’agenzia spaziale che “fa la voce grossa” sullo scenario internazionale (anche se, nei fatti, nulla è cambiato a livello di operazioni) si inserisce perfettamente nella retorica patriottica e nazionalista coltivata dal governo russo nel corso degli ultimi dieci anni.

L’irruenza della propaganda russa e la spregiudicatezza delle tattiche di Rogozin, insieme all’isteria della stampa occidentale pronta a raccogliere, distorcere e amplificare le dichiarazioni dell’ex direttore di Roskosmos ben oltre la loro goffaggine originale, lasciano un senso di sconforto quando si guarda agli straordinari obiettivi raggiunti dalla ISS fino ad oggi. Dati alla mano, sembra proprio che da questo scontro abbiano perso tutte le parti coinvolte.

Cominciando dalla fiorente industria aerospaziale ucraina, travolta dalla guerra e ora sospesa in un limbo, le parti che sembrano aver subito i maggiori contraccolpi finanziari sono Roskosmos ed ESA. Meno colpita la NASA, che recentemente ha siglato un accordo per riportare equipaggi misti verso l’avamposto spaziale.

In un gesto quasi di stizza, lo scorso marzo Rogozin ha ordinato la chiusura della rampa per i lanciatori Sojuz del centro di lancio ESA in Guiana Francese. Ha poi chiesto la rimozione dalla rampa di un vettore Sojuz con 36 satelliti OneWeb già pronti a partire, per sostituirlo con un lancio del ministero della difesa russo, effettuato col vettore già pagato dall’azienda britannica, provocatoriamente adornato da simboli a supporto delle truppe di invasione russe.

Tattiche forse popolari in patria, ma discutibili dal punto di vista dei risultati ottenuti a livello internazionale. Resta infatti da vedere se e come Roskosmos sarà in grado di recuperare un rapporto di fiducia con i suoi clienti europei e con ESA, presupponendo che questi ultimi siano davvero interessati a ristabilirlo. Nel frattempo quel “rubinetto” di denaro appare ben chiuso.

ESA ha certamente sofferto il naufragio dell’attesa missione ExoMars Rover per cui ha investito milioni di euro, e ha dovuto ridistribuire su altri vettori i payload destinati a partire sui vettori Sojuz “guianesi” sconvolgendo la pianificazione dei lanci per i prossimi anni. Data la sua natura istituzionale e il valore strategico del comparto lanciatori, non dovrebbero mancare a ESA i mezzi per assorbire il colpo, con il supporto finanziario che gli stati membri dovrebbero garantire.

Lo sgarro giocato a OneWeb ha certamente compromesso la reputazione di Roskosmos tra gli operatori satellitari privati europei, che stanno spostando i loro ordini altrove. Il danno subito da OneWeb, che conta sul rapido lancio della sua costellazione, non è stato di poco conto: al ritardo legato al mancato lancio si aggiunge il fatto che i 36 satelliti sono tuttora bloccati in un magazzino di Bajkonur. Ma il calo di ordini di medio/lungo periodo subito da Roskosmos, sommato alle sanzioni economiche, potrebbero causare un danno enorme riducendo l’agenzia russa a lanciare solo per commesse del governo e, finché possibile, proprio per il programma ISS che minaccia di abbandonare. La stessa OneWeb è un caso esemplare. Invece di cercare un compromesso a tutti i costi per lanciare con i vettori Sojuz, l’operatore britannico ha deciso di rivolgersi nientemeno che al concorrente diretto, siglando un contratto di lancio con SpaceX.

Il ritiro della Russia dal programma ISS, qualora si concretizzasse, significherebbe di fatto la sospensione del suo programma di voli con equipaggio, dato che nessuno dei progetti alternativi tanto pubblicizzati da Roskosmos è nemmeno remotamente vicino all’essere pronto. Le sanzioni economiche hanno inoltre decimato i lanci scientifici, sia per mancanza di parti sia per scarsità di fondi, come facilmente verificabile dando uno sguardo al calendario dei lanci dei prossimi anni.

Insomma, con buona pace degli sberleffi rivolti da Rogozin all’industria aerospaziale americana, oggi la Russia è una potenza spaziale in declino e in crescente isolamento internazionale, con un solo lanciatore di nuova generazione in sviluppo (Angara) su iniziativa statale, una progetto di capsula abitata (Orël/Federacija) che si trascina da tre lustri senza data certa di esordio, e un programma spaziale che si basa sulla produzione seriale di hardware risalente agli eccezionali ma remoti anni ’60 e ’70 del secolo scorso.

Quale futuro per Roskosmos?

Quale futuro sia in serbo per Roskosmos è molto difficile da predire. Validissimi ingegneri e grande esperienza non mancano di certo, ma il fattore più importante da tenere in considerazione sarà il budget disponibile e la capacità di mantenere vivo un minimo di rapporti internazionali. Non ci sono elementi a sostegno della tesi che oggi la Russia possa finanziare la costruzione di un’intera nuova stazione spaziale nazionale. Giova ricordare che in tempi di “vacche grasse” ci sono voluti quasi 15 anni per portare in orbita il modulo Nauka della ISS, e anche in quel caso i problemi tecnici non sono mancati. È dunque plausibile pensare che, finché le condizioni economiche e politiche lo consentiranno, Roskosmos possa solo “sopravvivere”, continuando a gestire il suo lato della Stazione fino alla fine del programma attualmente previsto per il 2028.

Con il 50% del suo budget dedicato al mantenimento delle operazioni della ISS, lasciare l’avamposto orbitale libererebbe ingenti risorse per la nuova stazione russa ROSS e per l’avvio di nuove partnership. Inoltre una ISS senza il controllo di assetto garantito dal computer dei moduli russi lascerebbe NASA e i suoi partner con un enorme grattacapo tecnico, che nel caso peggiore potrebbe portare alla sua deorbitazione. Sarebbe certamente una forma efficace di ritorsione, ma con i partner internazionali già lanciati verso il programma Gateway, potrebbe paradossalmente contribuire a favorirne il rapido sviluppo.

Al momento, tutta una serie di progetti annunciati da Roskosmos volano solo sulla carta. I dettagli fatti trapelare riguardo la futura stazione ROSS parlano di un avamposto visitato solo saltuariamente da cosmonauti e non abitato permanentemente, diminuendo di molto costi e complessità del progetto ma anche le sue capacità se paragonato alla ISS. Senza la ISS, i relativi “ospiti” internazionali sulle sue Sojuz e gli esperimenti internazionali in funzione sul lato russo della stazione, lo scarno programma scientifico nazionale sarebbe insufficiente a giustificare gli altissimi costi dei voli con equipaggio. Di fatto ritirarsi oggi dalla ISS significherebbe per la Russia l’annichilimento del suo programma spaziale abitato per diversi anni. Il futuro di una Roskosmos “isolazionista” sarebbe piuttosto complicato.

Che succede a bordo della ISS?

Quali ripercussioni ha avuto a bordo della ISS la tesissima situazione politica sulla Terra? Sempre guardando ai fatti possiamo dire che, ad oggi, la Stazione rimane un’oasi di pacifica collaborazione internazionale. A testimoniarlo sono le stesse parole di Samantha Cristoforetti, che senza reticenze ha risposto varie volte alla domanda: “Come lavorate con i russi a bordo della ISS?“.

Al di là degli obiettivi ingegneristici e tecnologici raggiunti, niente meno che eccezionali, la storia del programma ISS ha molto da raccontare riguardo al grande lavoro di integrazione degli equipaggi delle varie Expedition, e offre un faro di speranza mostrando concretamente quali obiettivi si possono raggiungere lavorando insieme.

Da oltre un ventennio astronauti e cosmonauti si addestrano tra USA, Europa, Russia e Giappone; studiano le due lingue ufficiali del programma ISS: russo e inglese; si certificano al volo dei rispettivi veicoli. Durante l’addestramento gli equipaggi familiarizzano con le rispettive mentalità e approcci alla soluzione di problemi complessi; una volta giunti a bordo, coordinano la loro giornata lavorativa con un debriefing congiunto in inglese e russo, ogni giorno, dal novembre del 2000. Eccone un esempio, registrato lo scorso 14 giugno.

Recentemente Samantha Cristoforetti è stata protagonista di un’attività extraveicolare concordata tra Roskosmos ed ESA durante la quale ha usato tuta, apparecchiature e lingua russe.

In buona sostanza i rapporti tra Roskosmos e NASA nel programma ISS sono stati di rispetto reciproco e di sostanziale parità, e hanno costruito un rapporto di fiducia professionale ancora indefesso.

Conclusioni

In questo excursus abbiamo cercato di fare il punto sulla tumultuosa situazione in cui Roskosmos si è venuta a trovare negli ultimi mesi. Ben sapendo che da “occidentali” siamo parte in causa, e il nostro punto di vista è inevitabilmente viziato da bias più o meno grandi, invitiamo i lettori ad approfondire l’argomento attraverso i link che abbiamo inserito nel testo.

Efficaci collaborazioni internazionali non possono che passare attraverso la precisa volontà di non trasportare nello spazio le contese che si svolgono sulla Terra, imponendosi di lavorare insieme e condividendo i valori ideali più alti appartenenti all’umanità intera.

Affinché il cammino comune possa continuare, servono una chiara volontà in tal senso da parte di tutte le parti coinvolte e il mantenimento di un clima di mutua fiducia. Non è chiaro se gli eventi bellici in corso in Ucraina, ma soprattutto la “contaminazione” della ISS operata da Roskosmos con iniziative propagandistiche come l’esposizione delle bandiere nazionali delle pseudo repubbliche indipendenti di Doneck e Luhansk avvenuto qualche settimana fa, consentiranno al programma ISS di proseguire serenamente per molti anni a venire, a prescindere dalle minacce di abbandono dell’agenzia spaziale russa.

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Marco Zambianchi

Ground Systems Engineer presso ESA/ESOC, ha fatto parte dei Flight Control Team di INTEGRAL, XMM/Newton e Gaia. È fondatore di ForumAstronautico.it e co-fondatore di AstronautiCAST. Conferenziere di astronautica al Planetario di Lecco fino al 2012, scrive ora su AstronautiNEWS ed è Presidente dell'associazione ISAA.