L’Italia aderisce alla proposta NASA di ritorno alla Luna

Il sottosegretario Fraccaro e l'amministratore NASA Bridenstine alla firma dell'accordo quadro. Credits: NASA

Con un annuncio abbastanza inatteso, lo scorso venerdì 25 settembre il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega alle politiche per lo Spazio, Riccardo Fraccaro, ha siglato l’intesa di cooperazione Italia-USA con l’amministratore della NASA, Jim Bridenstine, nell’ambito del programma di esplorazione dello spazio che, con le missioni Artemis, porterà la prima donna e il prossimo uomo sulla Luna.

Il sottosegretario Fraccaro ha dichiarato: «è una missione basata sulla reciproca stima e su un approccio innovativo, su un nuovo paradigma, quello che viene chiamato la new space economy. L’obiettivo è quello di allargare il mercato agli operatori commerciali, non esclusivamente spaziali, e creare un volano che incrementerà la competitività e la crescita di entrambi i Paesi. Un’esplorazione civile, commerciale e al tempo stesso volta a garantire sostenibilità e consapevolezza dell’ambiente spaziale. La missione Artemis è l’inizio di un entusiasmante cammino nella storia dello spazio».

«La firma di oggi rappresenta l’ultimo capitolo di una lunga cooperazione di successo tra Stati Uniti e Italia nell’esplorazione spaziale» ha affermato l’amministratore NASA Jim Bridenstine «i nostri Paesi collaborano da tempo nel volo spaziale umano, nelle scienze della terra e dello spazio e il forte sostegno del governo italiano ad Artemis assicura che questa partnership si estenderà verso la prossima fase di esplorazione sulla superficie lunare».

Ecco la videoconferenza diffusa da Palazzo Chigi.

Partecipare alle missioni del programma Artemis è certamente un’occasione straordinaria per l’Italia. A parte l’aspetto più percepibile dall’opinione pubblica, cioè l’inclusione di uno dei nostri astronauti in una delle spedizioni verso la Luna, il nostro Paese avrebbe l’occasione di consolidare la sua preminenza industriale nel campo delle tecnologie spaziali già sviluppate per la Stazione Spaziale Internazionale, con particolare riguardo ai moduli pressurizzati in grado sia di ospitare astronauti sia di essere integrati in veicoli cargo come la Cygnus di Northrop Grumman Innovation Systems.

Artemis, un nome solo per due concetti ben distinti

Artemis è un nome ben noto tra gli addetti e appassionati di cose spaziali, perché identifica prima di tutto il programma di ritorno all’esplorazione del nostro satellite naturale nato in casa NASA. A quasi cinquant’anni dalla missione Apollo 17, l’ultima a lasciare un’impronta umana sulla superficie della Luna nel dicembre 1972, sono in crescita le aspettative di chi vede nel pur magnifico programma ISS un limite da superare, aspirando ad espandere l’orizzonte al più presto verso lo spazio esterno.

Ma Artemis è anche il nome di un vero e proprio trattato internazionale, gli Artemis Accords, a sostegno del quale gli Stati Uniti, tramite la NASA, stanno cercando di raccogliere un consenso tra i partner internazionali con i quali l’ente spaziale statunitense collabora da anni.

Cosa è stato firmato dunque dall’Italia?

Prima di addentrarci in un necessario excursus “legalese”, è importante specificare che il Sottosegretario Fraccaro non ha firmato l’accordo per aderire direttamente al programma di esplorazione lunare Artemis, bensì un accordo quadro che perfezionerà inizialmente l’adesione italiana agli Artemis Accords, e solo in un secondo momento andrà a dettagliare i do ut des legati alle missioni lunari vere e proprie. Dovremo dunque attendere ancora qualche anno prima di conoscere il nome dell’italiana o dell’italiano che per primo calcherà la regolite lunare, ma anche per capire che cosa le imprese italiane potranno fare sulla Luna in termini di sfruttamento commerciale delle sue risorse.

Anche se il loro contenuto specifico al momento non è ancora stato diffuso (cosa del tutto normale in ambito politico economico quando si vuole lasciare spazio a trattative e modifiche dinamiche da parte dei sottoscrittori), gli Artemis Accords sono un vero e proprio trattato sull’uso delle risorse dello spazio esterno scritto e sostenuto dagli Stati Uniti, volto a superare i framework legali del diritto spaziale promossi dalle Nazioni Unite, quali l’Outer Space Treaty (Trattato sullo spazio extra-atmosferico) del 1967 e il Moon Treaty (Trattato sulla Luna) del 1984. Entrambi questi accordi avevano essenzialmente lo scopo di evitare una corsa senza regole allo spazio e alle risorse del nostro satellite, per prevenire i conflitti già vissuti dall’umanità all’epoca delle conquiste coloniali così come la militarizzazione dello spazio. In particolare gli Artemis Accords vanno a riempire il vuoto normativo lasciato dall’inefficace Moon Treaty.

Una slide NASA che sottolinea la volontà di rispettare l’Outer Space Treaty, ma anche di sfruttare commercialmente la Luna.

In modo cruciale l’Outer Space Treaty proibisce espressamente agli stati firmatari di rivendicare risorse poste nello spazio, quali la Luna, un pianeta o altro corpo celeste, poiché considerate «patrimonio comune dell’umanità». L’articolo 2 del trattato afferma testualmente: «lo spazio extra-atmosferico, inclusa la Luna e gli altri corpi celesti, non è soggetto ad appropriazione nazionale né a rivendicazioni di sovranità, né occupandolo, né con ogni altro mezzo».

Fu proprio per la forza di questo trattato, firmato anche dalle due superpotenze dell’epoca, Stati Uniti e Unione Sovietica, che l’equipaggio di Apollo 11 portò sulla Luna un preciso messaggio, inciso sulla storica placca avvitata alle gambe del Modulo Lunare: «We came in peace for all mankind» («Siamo venuti in pace a nome di tutta l’umanità»). La bandiera USA fu piantata al suolo in segno di giusto orgoglio, ma non fu seguita da alcun tipo di rivendicazione di proprietà né di priorità nazionale.

Molto meno sostegno ebbe invece il Moon Treaty, che al contrario dell’OST non fu mai ratificato né dagli USA né dall’URSS, e nemmeno, per la verità, da alcuna delle nazioni con capacità tecnologiche spaziali rilevanti. Questo trattato, che si applica alla Luna e agli altri corpi celesti del Sistema Solare (ma non alla Terra), dichiara che il nostro satellite deve essere usato per il bene di tutti gli Stati e di tutte le persone della comunità internazionale. L’articolato del trattato pone, tra gli altri, dei limiti molto stringenti ai diritti di eventuali esploratori lunari in termini di accesso esclusivo alle zone esplorate e di proprietà dei prodotti eventualmente ottenuti.

In un quadro internazionale profondamente mutato, con un’amministrazione Trump scettica quando non indifferente alle istituzioni internazionali, e alla ricerca di un driver capace di attirare sempre più investimenti in un’industria spaziale capace di autosostenersi e di crescere per iniziativa dei privati, la linea programmatica che Washington sembra sottoporre ai partner internazionali è che la via per accedere alle missioni lunari del programma Artemis sia la sottoscrizione degli accordi Artemis.

Il ruolo della Russia

Lo scorso luglio la dirigenza dell’agenzia spaziale russa ha fatto trapelare sulla stampa la sua insofferenza agli Artemis Accords, balenando invece la possibilità di puntare alla Luna, e in generale a una più stretta collaborazione, tramite accordi con i cinesi.

Per quanto arrivata per vie informali, la notizia è stata una vera tegola sulla collaborazione ultraventennale tra i due pilastri del programma ISS, Russia e Stati Uniti, che mostra tutti i limiti di un accordo stilato e promosso da una sola nazione con un’azione unilaterale invece che da un’istituzione internazionale terza.

Negli ultimi trent’anni NASA e Roskosmos hanno saputo instaurare una collaborazione vera, sincera e proficua. Gli equipaggi per la Stazione Spaziale vedono la perfetta alternanza di tutti i partner nei ruoli di comando. Astronauti e cosmonauti vivono e si addestrano per mesi in entrambi i Paesi, e imparano le rispettive lingue. La ISS viene gestita consorzialmente da Houston e Mosca in una routine quotidiana che non conosce interruzioni o inimicizie fin dal 1998. L’eccellente accordo tra i due principali partner del progetto ha contribuito in maniera fondamentale al successo della Stazione Spaziale sia come programma tecnologico sia come esempio di cosa l’umanità può realizzare quando lavora unita.

La mossa degli Stati Uniti di darsi un ruolo di leadership per il ritorno alla Luna, di voler scrivere unilateralmente le nuove “regole del gioco” dei possibili sfruttamenti commerciali delle risorse del nostro satellite, e probabilmente di richiedere la sottoscrizione degli Artemis Accords come premessa per accedere al programma Artemis è un boccone amaro forse impossibile da inghiottire per la Russia. Anche se a oggi Roskosmos non ha ufficialmente comunicato la sua astensione dal programma Artemis, la presenza dei russi nelle missioni verso la Luna con lo stesso gruppo di partner internazionali che hanno contraddistinto il programma ISS è decisamente in forse.

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Marco Zambianchi

Ground Systems Engineer presso ESA/ESOC, ha fatto parte dei Flight Control Team di INTEGRAL, XMM/Newton e Gaia. È fondatore di ForumAstronautico.it e co-fondatore di AstronautiCAST. Conferenziere di astronautica al Planetario di Lecco fino al 2012, scrive ora su AstronautiNEWS ed è Presidente dell'associazione ISAA.

Una risposta

  1. Manuel De Luca ha detto:

    Come sempre la cooperazione internazionale darà grandi vantaggi a questo ambizioso programma.
    E’ affascinante notare come la “vera” esplorazione spaziale, il processo scientifico che porterà l’umanità oltre i suoi attuali confini, sia l’unico ambito che lega tutti indiscriminatamente. Eventuali inconvenienti di cammino, legati ad interessi di tipo economico-politico (…), non intralceranno il fine ultimo, ben più importante.
    Credo che la parola “Mankind” sia davvero meravigliosa (anche se non italiana!!), ed in grado di descrivere perfettamente ciò che siamo quando visti dallo Spazio.
    Manuel De Luca

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