Rocket Lab lancia un satellite spia e continua i progressi verso la riusabilità dell’Electron

Sono 48, a oggi, i payload orbitati dall’Electron, il lanciatore leggero per piccoli satelliti e cubesat, prodotto e commercializzato da Rocket Lab. La cifra è stata aggiornata lo scorso venerdì 31 gennaio, dopo il successo dell’undicesima missione del razzo, la prima del 2020 e anche la prima effettuata per conto del National Reconnaissance Office (NRO).

Rocket Lab e NRO

L’ente statunitense, dipendente dal Dipartimento della Difesa, che gestisce i satelliti che sorvegliano il nostro pianeta a scopi militari e civili, tradizionalmente lancia veicoli pesanti e costosi servendosi dei potenti vettori di United Launch Alliance e di SpaceX. Tuttavia da qualche tempo, fedele alla propria tradizione volta alla continua ricerca di «tecnologie audaci e innovative», ha iniziato a sviluppare payload più piccoli, alla portata dell’Electron. Un apposito programma di acquisto, denominato Rapid Acquisition of a Small Rocket, introdotto nel 2018, consente a NRO di «esplorare nuove opportunità per il lancio di piccoli satelliti attraverso un approccio commerciale dinamico» e quindi di avvalersi delle novità del mercato, molto in fermento negli ultimi anni, dei piccoli lanciatori. Rocket Lab, che al momento si presenta come leader mondiale in questo settore, è stata la prima azienda a firmare un contratto RASR.

Il satellite classificato NROL-151 già all’interno dell’ogiva dell’Electron. Credit: Rocket Lab

Il fatto che un satellite classificato, dedicato alla sicurezza nazionale USA, sia partito dal suolo neozelandese (come i precedenti anche l’undicesimo Electron è decollato dallo spazioporto di Mahia, nell’Isola del Nord) non deve stupire. Rocket Lab, pur essendo nata in Nuova Zelanda, dal 2013 è a tutti gli effetti una società statunitense, con sede in California. D’altra parte, dai tempi della guerra fredda la Nuova Zelanda è parte della rete di collaborazione Five Eyes, insieme alle agenzie di intelligence di Stati Uniti, Inghilterra, Canada e Australia. A questi fatti vuole probabilmente alludere il nome scelto da Rocket Lab per la missione: “Birds of a Feather”, un’espressione idiomatica che indica una profonda affinità. Coerentemente, Stati Uniti e Nuova Zelanda, sono rappresentati in modo simbolico nella patch da due uccelli, rispettivamente aquila e kiwi, sotto un Electron in decollo da Mahia.

La patch della missione 11 dell’Electron. Credit: Rocket Lab

Per il National Reconnaissance Office il volo era semplicemente NROL-151. Come di norma in questi casi, non è stata diffusa nessuna informazione e nessuna immagine del satellite fuori dall’ogiva. Ignota anche la destinazione orbitale, per quanto lo spazioporto neozelandese sia adatto prevalentemente a lanci verso orbite polari o ad alta inclinazione. Si può solo speculare che si sia trattato di un veicolo sperimentale, non parte di una delle costellazioni già esistenti, con una massa contenuta entro il 100 kg, data la capacità del lanciatore.

L’undicesimo volo

Il liftoff è avvenuto alle 02:56 UTC, nelle prime ore utili di una finestra di lancio estesa due settimane. Pochi italiani, nel cuore della notte, hanno probabilmente seguito in diretta lo streaming, che ha mostrato l’Electron innalzarsi in un cielo pomeridiano sgombro di nubi. Attraverso le camere di bordo si è visto distintamente il razzo procedere in direzione Nord-Nord Est, lasciarsi dietro la penisola di Mahia e sorvolare un lembo dell’Isola del Nord in direzione dell’Oceano.

A T+2 minuti e 37 secondi, superati i 75 km di quota, il primo stadio ha spento i suoi nove motori Rutherford. Dopo la separazione, l’Electron ha continuato la sua corsa grazie all’unico propulsore del secondo stadio, mentre lo stadio esausto si preparava al rientro.

Rispetto al recupero del primo stadio, al quale Rocket Lab si sta coscienziosamente preparando dall’anno scorso, la missione 11 è stata sostanzialmente una fotocopia della precedente. Nessuna ambizione di salvare il veicolo dalla distruzione finale nell’impatto con l’Oceano; l’obiettivo da raggiungere era semplicemente quello di permettere allo stadio di attraversare, rimanendo integro, il “muro”: l’ambiente estremo e proibitivo generato dalle sollecitazioni aerodinamiche e dal calore nella discesa attraverso l’atmosfera. Dopo il successo superiore alle aspettative del primo tentativo, si trattava di raccogliere ulteriori dati per consolidare il modello e di sperimentare alcune piccole migliorie apportate al sistema di guida.

Dal punto di vista del pubblico, tuttavia, ci sono state significative novità: Rocket Lab ha diffuso maggiori informazioni sul viaggio del primo stadio e ne ha mostrato, per quanto possibile, le immagini del rientro.

Si è potuta quindi seguire la manovra di “capovolgimento” dello stadio, iniziata a T+3 minuti e 2 secondi, ossia 20 secondi dopo il distacco. Attraverso piccoli thruster il veicolo ha compiuto una rotazione di 180 gradi, in modo da dirigere la parte inferiore nella direzione del moto. Nel frattempo, per inerzia, continuava a salire di quota, raggiungendo l’apogeo a T+4 minuti e 45 secondi. Dopo poco più di un minuto, lo stadio si disponeva nell’assetto di discesa, l’angolo “di attacco” per affrontare il “muro”.

Mentre il secondo stadio (a destra) continua la sua corsa, sulla sinistra il primo stadio è alle prese con la manovra per assumere l’assetto per il rientro. Credit: Rocket Lab

A T+7 minuti e 35 secondi iniziava la fase più delicata del rientro. Le immagini, sempre più sfocate, diventavano meno stabili mostrando, in modo piuttosto drammatico per uno spettatore non informato, lo stadio ruotare vorticosamente attorno al suo asse, prima che il collegamento si interrompesse come previsto e annunciato dal commentatore.

La diretta si concentrava sul secondo stadio e sulla missione principale, ma non per molto. Come d’uso per i voli classificati, la trasmissione si interrompeva dopo il distacco del kickstage dal secondo stadio, senza mostrare nulla di quest’ultimo evento per evitare che, essendo già stato espulso il fairing, qualche fotogramma rivelasse dettagli del satellite segreto.

Dopo circa un’ora giungeva, via Twitter, la conferma dell’avvenuto rilascio del satellite nell’orbita voluta.

Secondo le stime di alcuni “amatori” riportate da Space News, si tratterebbe di un’orbita fortemente inclinata, ma non di una “classica” polare, dal momento che si parla di un’inclinazione di circa 70°.

Lo stesso Peter Beck, fondatore e CEO di Rocket Lab, interveniva poi per tranquillizzare i followers riguardo al destino del primo stadio: la «rotazione intorno all’asse z» faceva parte dei piani. Come il suo predecessore, il veicolo ha attraversato con successo l’atmosfera e ha raggiunto «in un solo pezzo» la superficie del mare.

Il 2020 di Rocket Lab

Se Rocket Lab otterrà ulteriori conferme attraverso l’analisi dei dati di telemetria raccolti, si potranno dire superati i problemi più impegnativi connessi alla gestione del recupero del primo stadio. Come l’azienda ha sempre affermato, ed è stato ribadito dal recovery systems lead engineer Alex Linossier in un video mostrato durante la diretta, la vera sfida dell’operazione non è afferrare al volo con l’elicottero lo stadio appeso a un paracadute, ma consentirgli di attraversare indenne il “muro”.

Alex Linossier è l’ingegnere di Rocket Lab responsabile dei sistemi di recupero del primo stadio dell’Electron. Credit: Rocket Lab

Archiviata la missione di gennaio, i tempi sembrano maturi per passare alle fasi successive del progetto: «Dopo il volo 11», ha affermato Linossier, «quella che stiamo per iniziare è l’aggiunta sul razzo di sistemi che ci consentiranno effettivamente di recuperare il veicolo». In un primo tempo i paracadute permetteranno allo stadio di toccare la superficie dell’acqua a una velocità non distruttiva (nei voli 10 e 11 la velocità di impatto è stata intorno ai 600 km/h), in modo da consentirne il ripescaggio e, se possibile, il ricondizionamento. La “cattura in volo”, volta a evitare i danni prodotti dall’acqua salata, sarà l’ultima tappa del programma annunciato da Beck nell’agosto scorso.

Oltre al primo recupero, comunque, l’azienda si aspetta molti risultati dall’anno che è appena iniziato. Anzitutto il raddoppio del numero dei lanci, che nel 2020 dovrebbero arrivare a 12 (sono stati 6 del 2019). Tra questi sarà compreso il primo liftoff dalla nuova piattaforma (Launch Complex 2) che Rocket Lab ha appena finito di costruire presso Wallops Island in Virginia. La missione, per conto dell’Air Force statunitense, denominata STP-27RM, porterà in orbita, entro il secondo trimestre dell’anno, il satellite sperimentale Monolith.

Sempre in vista di un incremento del numero di lanci, nel 2020 dovrebbe essere ultimato anche il secondo pad in costruzione dallo scorso dicembre a Mahia (LC-1B).

Come si presenterà il complesso di lancio n. 1 di Mahia dopo il completamento del pad 1B, a Nord (in alto nell’immagine) di quello “storico”. Credit: Rocket Lab.

A gennaio Rocket Lab ha annunciato la costruzione a Long Beach di una nuova sede e di una nuova fabbrica in grado di produrre più di 12 Electron e di 150 motori Rutherford all’anno, oltre che di ospitare una nuova sala controllo. È atteso per quest’anno anche il debutto di Photon, una nuova piattaforma satellitare basata sul kickstage già sviluppato per l’Electron, in grado di supportare missioni in orbita bassa ma anche nello spazio profondo.

Video della diretta del lancio. Credit: Rocket Lab

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Roberto Mastri

Collabora con AstronautiNEWS dal gennaio 2016

Una risposta

  1. MayuriK ha detto:

    Complimenti a Rocket Lab, sta davvero facendo grossi progressi. Sono felice si siano lanciati anche loro sul riutilizzo, non vedo l’ora riescano a recuperare il primo stadio!

    P.s: mi fa sorridere pensare che Blue Origin, con capitali molto maggiori stia andando a passo di lumaca…

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