SpaceX intenta un’azione legale contro USAF

Il razzo Falcon Heavy sulla rampa di lancio LC39-A di Cape Canaveral. (C) SpaceX
Il razzo Falcon Heavy sulla rampa di lancio LC39-A di Cape Canaveral. (C) SpaceX

Lo scorso 17 maggio SpaceX ha intentato una causa legale contro il governo degli Stati Uniti con la quale contesta la decisione del 10 ottobre 2018 dell’USAF di assegnare, tramite dei Launch Service Agreement, dei contributi per lo sviluppo di nuovi servizi di lancio ai suoi concorrenti, escludendola dalla partita. Nelle 79 pagine che compongono la protesta inviata alla Corte Federale, l’azienda di Hawthorne dipinge la decisione dell’aviazione militare di non averla inserita fra le aziende assegnatarie di fondi come «arbitraria, capricciosa e contro la legge».

Per comprendere bene i termini della vicenda bisogna ricordare che l’USAF, tramite lo Space and Missile Systems Center (SMC), aveva richiesto a tutte le aziende interessate l’invio di proposte per sistemi di lancio spaziali per i propri scopi, quindi con determinate caratteristiche in peso, orbite ma soprattutto di sicurezza, riguardando spesso missioni di sicurezza nazionale che sono sempre un tasto molto sensibile su quella sponda dell’Atlantico. Alla richiesta avevano risposto, ognuna con i propri sistemi attuali o in via di sviluppo, SpaceX, Blue Origin (BO), United Launch Alliance (ULA) e Northrop Grumman Innovation Systems (NGIS) e nello scorso ottobre sono stati annunciati 3 accordi di tipo Launch Service Agreement (LSA) finalizzati a stimolare lo sviluppo dei sistemi di BO (per 500 milioni di dollari), di ULA (per 967 milioni) e di NGIS (per 762 milioni) nell’ottica di assegnare poi, in una prossima gara di appalto, i contratti veri e propri del National Security Space Launch Phase 2 Launch Service Procurement. Nella sua protesta, SpaceX afferma che l’essere stata esclusa da questi accordi la mette in una situazione di svantaggio, dovendo sostenere in toto i costi di sviluppo e accessori per i propri sistemi, ad esempio i costi derivanti dal dover costruire un impianto di integrazione del carico presso il complesso di lancio dell’Eastern Range.

Un portavoce ha dichiarato al sito SpaceNews che l’azienda

Con tutto rispetto dissente dall’assegnazione LSA decisa da USAF. Anche se supportiamo l’Air Force nella prosecuzione con la Fase 2 della sua strategia di acquisizione di lanci spaziali relativi alla sicurezza nazionale come attualmente pianificato, per assicurare parità di condizioni nella competizione stiamo formalmente contestando la sua scelta per questi LSA .

USAF Logo © USAF
USAF Logo © USAF

Andando a leggere la documentazione presentata per questa contestazione, diventa più chiara la linea di pensiero di SpaceX secondo la quale la corte dovrebbe dichiarare che l’assegnazione di questi LSA «violi le procedure di competitività richieste». La sostanza della richiesta è che la corte sospenda i futuri investimenti tramite LSA del SMC e rivaluti la proposta presentata da SpaceX.

Come si può intuire, la protesta presentata è in pratica una condanna, a dure parole peraltro, dei criteri usati dell’USAF tramite la sua divisione spaziale per la scelta dei fornitori dei servizi di lancio ed è particolarmente critica su quello che SpaceX sostiene sia un pregiudizio istituzionale verso lo storico fornitore di lanci ULA. La polemica non è nuova, e deriva dalla situazione di fatto esistente al momento della sua entrata nel mondo dei lanci militari: l’assoluto monopolio della società costituita da Boeing e Lockheed Martin. Già nel 2014, infatti, l’azienda californiana ha citato in giudizio l’Air Force in merito alla sua decisione di assegnare a ULA l’acquisto all’ingrosso di lanci invece di permettere ad altre aziende di competere anche solo per alcuni dei lanci previsti. La controversia si era quindi conclusa con un accordo sui futuri contratti.

Ma evidentemente era solo un pace temporanea, a parole, e l’idea che le altre aziende, e in particolare ULA, siano più ben viste (è facilmente immaginabile per quali motivi secondo SpaceX) dall’aviazione militare statunitense è ben radicata nella dirigenza dell’azienda tanto da sostenere nella protesta attuale che l’Air Force

abbia scelto il ventaglio di proposte che meglio soddisfa le necessità di ULA, il suo fornitore di lunga data, assegnando un LSA a ULA e uno a testa agli altri 2 offerenti che attualmente stanno sviluppando i componenti fondamentali del sistema di ULA.

Un rendering del liftoff del nuovo vettore Vulcan di ULA © ULA.
Un rendering del liftoff del nuovo vettore Vulcan di ULA © ULA.

Ci si riferisce al fatto che gli altri 2 assegnatari di fondi, Blue Origin e NGIS, stanno entrambi sviluppando dei propri sistemi di lancio (New Glenn e OmegA rispettivamente) ma che il sistema presentato da ULA utilizzerà componenti forniti da queste aziende, in particolare componenti presi proprio dai sistemi di lancio finanziati in questa tornata: il motore BE-4 del New Gleen di BO sarà anche il motore del Vulcan Centaur di ULA, mentre i razzi ausiliari GEM63XL prodotti da NGIS per il suo proposto OmegA saranno utilizzati dallo stesso Vulcan Centaur. Secondo SpaceX, in pratica, le assegnazioni LSA si riducono a un unico, grosso finanziamento a ULA.

Ma la protesta ne ha per tutti, e riprende un’accusa che spesso si sente in ambito spaziale: quella dei concorrenti che sono dei “paper rockets”, dei razzi di carta. L’azienda di Musk vuole puntare l’attenzione sul fatto che mentre i razzi da lei proposti sono reali e hanno all’attivo diverse missioni portate a conclusione con successo, i concorrenti hanno proposto solo dei “progetti su carta” di sistemi di lancio senza nulla di testato o di assemblato. Nelle sue valutazioni afferma che

nessuno dei 3 ha significative possibilità di essere operativo in tempo per il periodo di validità della Phase 2.

La documentazione a corredo però rivela che la proposta presentata includeva oltre veicoli operativi Falcon 9 e Falcon Heavy, anche Starship, il veicolo per l’esplorazione dello spazio profondo che è ancora in fase di sviluppo. Infatti SpaceX avrebbe offerto Falcon 9 e Falcon Heavy

per la gran parte (se non tutte) delle missioni della Phase 2 RFP e la Starship in sviluppo per missioni calendarizzate nel 2025 o dopo,

si legge nei documenti presentati. Sarebbe l’approccio “meno rischioso”, secondo l’azienda, per assicurare l’accesso allo spazio e terminare la dipendenza dai motori a razzo russi attualmente utilizzati sull’Atlas V di ULA, ma l’USAF invece ha valutato la proposta ad “alto rischio” nella categoria C, quelli dei carichi più grossi. A supporto di ciò si ricorda che al momento attuale la flotta aziendale ha all’attivo più di 70 missioni tra commerciali, civili e di sicurezza nazionale, sorvolando sul fatto che al momento dell’annuncio a fine 2018 il vettore più pesante aveva effettuato una sola missione di prova senza un carico reale. Una considerazione che può aver pesato sulla valutazione ricevuta.

New Glenn a confronto con altri lanciatori del presente e del passato (Credit: Blue Origin)
New Glenn a confronto con altri lanciatori del presente e del passato (Credit: Blue Origin)

Le reazioni non si sono fatte attendere e le 3 aziende chiamate in causa, anche se indirettamente, hanno presentato una “motion to intervene” che permette loro di poter essere parte attiva nella disputa legale e di poter proteggere qualsiasi interesse venga messo a rischio da una qualsiasi decisione della corte. In questo modo il Dipartimento della Giustizia, che rappresenta il governo federale nelle cause legali, potrà rivolgersi a loro per avere documentazione o dati utili a vincere la causa.

C’è da dire che la situazione attuale è figlia di un percorso un po’ articolato, con SpaceX a manifestare le proprie perplessità subito dopo l’annuncio con la presentazione di un’obiezione il 10 dicembre, a cui lo SMC ha risposto negativamente il 18 aprile scorso. Proprio questo ha portato l’azienda a presentare formale istanza di ricorso. Nel mezzo ci sono le accuse all’Air Force di rifiutare qualsiasi dialogo sulle perplessità dell’azienda, a cui è seguita un’investigazione ufficiale che ha prodotto un report in cui si riporta di un colloquio privato fra Musk e il vice-segretario alla Difesa Patrick Shanahan, avvenuto a inizio dicembre. Al colloquio avrebbe partecipato un collaboratore dal cui resoconto si evince che è lo stesso CEO a definire imperfetta la proposta della sua azienda (“poor” secondo il report ufficiale a pag. 26 del 25 aprile), quasi a fare mea culpa per il mancato finanziamento.

SpaceX comunque non vuole certamente inimicarsi l’USAF e conclude dichiarando che il proprio intento non è quello di ritardare o fermare il National Security Space Launch Phase 2 Launch Service Procurement, ma semplicemente di voler chiedere un parere terzo e indipendente su una decisione che considera sbagliata, poiché senza un ribaltamento della decisione, l’azienda

patirà un danno irreparabile essendo privata dell’opportunità di competere alla pari

nella fase finale della gara di fornitura di servizi di lancio per la sicurezza nazionale.

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Rudy Bidoggia

Appassionato di spazio e di tutto ciò che è scienza dalla tenera età, scrive dal 2012 per AstronautiNews. Lavora come tecnico informatico presso un'azienda metalmeccanica del Friuli Venezia Giulia.

Una risposta

  1. MayuriK ha detto:

    Mh, che situazione.
    Effettivamente non si capisce perchè escludere SpaceX, che è l’unica con i razzi già operativi e testati, mentre sono state prese tutte le altre aziende che non hanno solo dei razzi in sviluppo… lungi da me criticare i criteri dato che non ho le competenze per farlo, ma scelta è un po’ strana.

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