Artemis III sarà una missione complessa e impegnativa
Il 23 ottobre 2026 scorso la NASA ha condiviso una ricca serie di aggiornamenti riguardanti il programma Artemis. Le novità interessano sia la missione Artemis III, attualmente prevista per il luglio 2027, a cui parteciperà il nostro Luca Parmitano, sia Artemis IV, che prevede lo sbarco lunare. Alla conferenza stampa hanno partecipato Jared Isaacman, amministratore NASA, Amit Kshatriya, amministratore associato e capo ingegnere, e Jeremy Parsons, responsabile del programma Artemis.
Oltre a una lunga serie di migliorie ai processi interni a NASA volti a semplificare le procedure di verifica dei requisiti e alla riacquisizione di competenze ormai appannaggio dei soli contractor privati esterni, i dirigenti dell’ente spaziale statunitense hanno comunicato i piani più aggiornati delle attività che i quattro astronauti dovranno svolgere.

Un cambio di approccio radicale
La conferenza stampa è stata aperta da un’articolata dichiarazione di Isaacman; un’accusa implicita alla passata gestione dell’Agenzia che ha portato NASA a diventare un ente inutilmente lento, costoso e depauperato di varie competenze tecniche chiave. Le cose sono cambiate, ha affermato, e il messaggio di novità è stato percepito sia internamente che dalle aziende appaltatrici sia dai partner internazionali.
A sostegno della propria tesi, Jared Isaacman ha richiamato un episodio storico: nell’ottobre 1968, mentre l’equipaggio dell’Apollo 7 ammarava nell’Oceano Atlantico, il Saturn V a servizio della missione successiva era già pronto in rampa. Come se non bastasse, l’Apollo 11 sarebbe sbarcata sulla Luna appena nove mesi più tardi. Insomma, una differenza di velocità lampante tra ieri e oggi. Da lì ha descritto una nuova corsa allo spazio con la Cina, che a suo dire sarà più serrata di quanto avrebbe dovuto essere per colpa di decenni di inerzia istituzionale, priorità sbagliate e programmi «troppo grandi per fallire e troppo costosi per riuscire». Ha promesso che non ci saranno più compromessi sull’architettura fatti per accontentare la lobby dei fornitori. Inoltre non permetterà più che i processi e la burocrazia prevalgano sull’ingegneria, oltre a invertire la tendenza a esternalizzare competenze che dovrebbero rimanere all’interno dell’Agenzia. Infatti è necessario superare l’errata convinzione che più tempo, più denaro e meno voli rendano il lavoro più sicuro. Il nuovo modello da seguire è l’«extreme ownership»: il personale NASA si recherà dai fornitori in ritardo sul cronoprogramma per risolvere i problemi, anziché limitarsi a supervisionare passivamente i lavori. Tutto questo, a suo giudizio, avverrà senza mai sacrificare i rigorosi test di qualifica dell’hardware, e che si lancerà solo quando si sarà pronti, ammettendo che le sfide ingegneristiche restano importanti.
Amit Kshatriya ha ricordato le eccellenti prestazioni già dimostrate con Artemis II e ha poi spiegato la strategia per il 2026. Innanzitutto l’assunzione di responsabilità di NASA per i propri errori (citando il caso Starliner), il rafforzamento della forza lavoro, scelte di programma legate all’iniziativa «Ignition» (un evento pubblico della NASA del 24 marzo 2026, in cui Isaacman ha annunciato un riassetto dei programmi di NASA) e riorganizzazione attorno a quelle scelte. Infine ha ammonito che la NASA deve imparare a produrre come un’impresa, con ingegneri che devono tornare a «sapere di matematica e di hardware», concludendo con un plauso al gruppo di lavoro di Parsons per la sua «impazienza coraggiosa».

L’ultimo dei tre interventi è stato quello di Parsons, il quale si è soffermato sugli aspetti più tecnici e programmatici. Il suo discorso si è aperto sottolineando come il personale NASA distaccato presso i fornitori sia ora dotato di una maggiore autorità decisionale. Ciò ha ridotto fino all’85% i tempi di risoluzione delle non conformità e dimezzato la durata dei processi. Parsons ha quindi illustrato il concetto operativo di Artemis III, che prevede tre lanci coordinati e numerose attività calendarizzate. Con orgoglio, ha poi mostrato alcune soluzioni sviluppate internamente, come il quick disconnect (“connettore a sgancio rapido”) riprogettato in meno di cinque mesi e lo spacer, o “distanziale strutturale”, che verrà installato al posto di ICPS.
Dopodiché ha anche descritto alcune delle semplificazioni architetturali più significative messe in campo per Artemis IV. Tra queste, la massa della sortie suit, la tuta per le operazioni sulla Luna, è stata ridotta del 50%. Inoltre si è deciso sia di rinunciare allo stadio superiore EUS, rimpiazzandolo con un Centaur modificato, sia all’orbita NRHO. Le novità interessano anche la capsula Orion, affinché possa essere spinta dal lander. Ha concluso con un dettaglio interessante, destinato a mantenere aperta la competizione tra i due contractor: NASA rinvierà il più possibile la scelta tra SpaceX e Blue Origin per il primo allunaggio, previsto nel 2028.
I dettagli delle due settimane di missione
In questa missione lo stadio superiore di SLS non servirà dato che il core stage ha prestazioni sufficienti per l’orbita richiesta. Al posto di ICPS vola un elemento passivo, un distanziale strutturale, che manterrà le stesse interfacce dello stadio vero e proprio. Questo elemento è stato progettato e fabbricato internamente al Marshall Space Flight Center della NASA e dal team SLS, e sarà consegnato al KSC nei prossimi due mesi.

Artemis III sarà una missione con una durata di 14 giorni, estendibili a 17 per assorbire eventuali ritardi, e sarà caratterizzata da tre lanci di tre vettori diversi. L’obiettivo è svolgere operazioni di prossimità e aggancio di collaudo tra Orion i due lander commerciali di SpaceX e Blue Origin in orbita bassa terrestre (LEO). L’ordine di partenza dei tre veicoli coinvolti sarà il seguente;
- New Glenn con il lander di prova Blue Moon;
- SLS con Orion e i quattro astronauti Randy Bresnik, Frank Rubio, Andre Douglas e Luca Parmitano, immediatamente dopo il New Glenn;
- Starship, ultimo lancio della serie, con il lander SpaceX.
Lo scopo è testare in LEO, dove in caso di emergenze un rientro è molto più rapido, gli stessi elementi che nella missione Artemis IV opereranno attorno alla Luna. In particolare vanno verificati il rendezvous, ossia le fasi di ricongiungimento e l’aggancio tra veicoli spaziali, apertura dei portelli, supporto vitale del lander, controllo di assetto e addestramento dei team di controllo missione.
Durante il volo combinato di Orion e Blue Moon si svolgeranno numerosi test:
- Lander (Blue Moon):
- ECLSS, RCS, serbatoi, valvole e propulsori
- pannelli solari articolati, controllo termico attivo e radiatori
- struttura primaria del modulo equipaggio lunare (di prima costruzione, identica a Artemis IV)
- software, computer di volo e avionica.
- Orion:
- test delle tute di sopravvivenza (non completata su Artemis II, importante per scenari di perdita di pressione)
- test dei sensori di aggancio
- misurazioni acustiche e termiche
- valutazione di fattori umani (cioè se il veicolo spaziale è davvero adatto a essere usato dagli astronauti in modo comodo, sicuro e scevro da errori).
- Scienza:
- quattro studi del Human Research Program
- una prova di concetto di valutazioni sanitarie senza controllo missione
- osservazioni di Terra e Sole.
Ecco il programma dettagliato della missione:
| Giorno di volo (FD) | Evento |
|---|---|
| Prima di FD1 | Dopo che il New Glenn ha immesso in orbita il lander Blue Moon, Blue Origin ne verifica il corretto funzionamento. Il lander può restare in attesa fino a circa un mese, ma l’obiettivo è lanciare Orion il prima possibile. |
| FD1 | SLS immette Orion in un’orbita ellittica preliminare di 30×1085 km, poi ridotta e circolarizzata a 556 km circa. Ciò serve a stabilizzare l’ambiente termico, poiché in LEO è più complicato del previsto farlo per un veicolo progettato per volare nello spazio profondo. |
| FD1–2 | Verifica dei sistemi di Orion e preparazione alle operazioni di prossimità. Orion scende con una manovra a un’orbita di rendezvous di circa 439 km. |
| FD3 | Rendezvous e aggancio con Blue Moon. È il primo importante test: guida, navigazione laser, comunicazioni e interazione dei sistemi dei due veicoli in condizioni reali. |
| FD3–5 | Operazioni con Orion attraccato a Blue Moon. L’equipaggio apre il portello ed entra nel lander, valuta l’ECLSS e la tenuta di pressione, prova scenari di emergenza e il controllo dell’asseto a due veicoli. |
| FD6 | Completate le operazioni su Blue Moon, Starship decolla dalla Florida. Orion si sgancia da Blue Moon. |
| FD6-8 | Orion si sposta su un’orbita di rendezvous di 382 km circa per incontrare Starship nel FD-8. |
| FD8 | Rendezvous con Starship. Il veicolo di SpaceX ha un sistema di docking passivo sull’ogiva, integrato diverse settimane prima del volo. La fase in cui Orion resta agganciata a Starship dura circa due ore, ma l’equipaggio non entra. Si raccolgono dati sull’attracco e sul controllo di assetto combinato. |
| FD8-17 | Giorni liberi disponibili per ulteriori obiettivi e rientro. |
Aggiornamenti su Artemis IV
Per Artemis IV l’hardware principale è già nel vivo della fase produttiva. Il quarto core stage dovrebbe essere pronto al volo all’inizio del 2028 e il quinto ultimato più avanti nello stesso anno. Per quanto riguarda la capsula, sullo scudo termico di Orion sono state incollate le piastrelle termiche ed è in corso il riempimento delle fughe. Per ridurre i rischi legati ad Artemis IV, la NASA ha semplificato l’architettura di missione su più fronti. La sortie suit sviluppata con Axiom è stata alleggerita del 50% rispetto alla tuta di riferimento, da poco più di 500 lb (circa 227 kg) a circa 250 lb (circa 113 kg), con una durata minima di EVA di superficie di due ore e due EVA previste per la missione. Il modello di riferimento (la cosiddetta baseline) sarà testata sulla ISS nel 2027.




Lo sviluppo dello stadio superiore EUS è stato abbandonato per la scarsa fiducia di poter restare nei tempi previsti e per la crescita di costi, a favore di due opzioni. La prima è ICPS, già disponibile; la seconda uno stadio Centaur di lunghezza maggiorata con circa il 50% di propellente in più del Centaur V, capace di portare in TLI 41-43 tonnellate. Inoltre con un kickstage ancora in studio, il Centaur dovrebbe riuscire a condurre Orion in orbita lunare bassa. La scelta finale tra le due opzioni è attesa verso l’estate 2027. È stata infine eliminata l’orbita NRHO per l’aggancio con Orion, a causa dell’eccessivo propellente richiesto per la manovra. Per tanto la capsula verrà modificata (compreso il modulo di servizio europeo) per poter essere «spinta» dal lander.
Sul fronte dei lander, il profilo della missione di SpaceX prevede lo stoccaggio progressivo in LEO del propellente necessario al viaggio verso la Luna prima del lancio dell’equipaggio su SLS, a cui seguirà l’aggancio di Starship a Orion in un’orbita terrestre alta e la manovra di inserzione nella traiettoria translunare (TLI) verso l’orbita lunare bassa. La dimostrazione di trasferimento di propellente tra due Starship in orbita è attesa a inizio 2027, con perdite stimate del 5–10% secondo le analisi preliminari. Blue Origin impiegherebbe invece tre veicoli simili al Blue Moon Mark 1 aventi la funzione di rimorchiatori spaziali per portare il Mark 2 in orbita lunare, con rendezvouz con Orion svolto in orbita polare ellittica. Blue Moon Mark 1 effettuerebbe la discesa, la breve permanenza e ripartenza dal suolo lunare. Come accennato, NASA intende rimandare il più possibile la scelta del fornitore: entrambi pianificano missioni di allunaggio nel 2028, entrambi i lander avranno capacità di abort e il polo sud resta il sito di riferimento per l’atterraggio.
Sarà una vera svolta?
NASA certamente non è nuova a conferenze stampa coinvolgenti e ricche di dettagli, accompagnate da rendering accattivanti capaci di accendere la fantasia e l’entusiasmo del pubblico. Eppure, nel corso degli ultimi decenni, gli ambiziosi programmi oltre l’orbita terrestre bassa si sono scontrati con diversi ostacoli. Primo fra tutti, la cronica mancanza di fondi, aggravata dagli avvicendamenti politici che hanno portato con sé priorità spesso contrastanti. Pesa anche l’impotenza dell’Agenzia di conquistare il sostegno politico dei singoli membri del Congresso, tra deputati e senatori. Sono proprio queste le zavorre che Isaacman e i suoi collaboratori hanno riconosciuto e alle quali hanno dichiarato guerra.
Se alle forti dichiarazioni dei vertici di NASA corrisponderà davvero una ritrovata efficacia resta da vedere, dato che la strategia comunicativa molto più diretta e aggressiva del nuovo Amministratore e le riorganizzazioni interne non sono state accompagnate dallo stanziamento di nuovi fondi dall’amministrazione Trump. Vedremo se questo rinnovato entusiasmo supererà la prova dei fatti.
Ecco il video integrale della conferenza stampa.
Fonte: NASA
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