La conclusione e il rientro di Artemis II
Dopo oltre un milione di chilometri percorsi, l’individuazione di nuovi crateri, un flyby storico e tanto altro, la missione lunare Artemis II è rientrata nell’Oceano Pacifico nella notte tra venerdì 10 e sabato 11 aprile 2026. Lo splashdown è avvenuto per la precisione alle 17:07 ora locale, quando in Italia erano le 02:07 del giorno seguente.
ISAA ha seguito l’intero evento con una diretta speciale del podcast AstronautiCAST, commentando le immagini e descrivendo quanto successo in 10 giorni di missione.
All’interno della capsula Orion c’erano il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover, la specialista di missione Christina Koch e l’altro specialista, Jeremy Hansen: i primi tre appartengono al corpo astronauti dell’Agenzia spaziale statunitense (NASA), mentre l’ultimo a quella canadese (CSA). In questo modo Hansen è diventata la prima persona non statunitense a lasciare l’orbita bassa terrestre, dal momento che tutte le missioni del programma Apollo dirette verso la Luna ebbero solo astronauti statunitensi.
Il legame con il programma Apollo però non si limita a questo: come è stato anticipato più volte nel corso dei preparativi di Artemis II, la missione ha rappresentato anche la prima volta da quasi 54 anni in cui un equipaggio si è diretto verso la Luna. I quattro non sono però atterrati sulla superficie del satellite della Terra, a differenza di quanto fatto con le missioni da Apollo 11 (il primo e storico allunaggio di Neil Armstrong e Edwin Aldrin) a Apollo 17: in quell’occasione, nel dicembre 1972, Eugene Cernan e Harrison Schmidt esplorarono la superficie lunare per oltre 22 ore, suddivise in tre diverse campagne esplorative, con lo scopo di raccogliere rocce lunari e altri campioni di suolo da studiare a Terra. Era la fine – peraltro anticipata, vista la cancellazione delle missioni Apollo 18, 19 e 20 – del programma di esplorazione lunare da parte degli Stati Uniti d’America, pubblicamente presentato dal presidente John Fitzgerald Kennedy nel settembre 1962 con un discorso alla Rice University.
Parlando alle persone presenti, Kennedy disse che gli Stati Uniti sarebbero riusciti a far atterrare in sicurezza un essere umano sulla superficie e riportarlo a Terra «entro la fine di questo decennio», ovvero entro il 1970. Avendo raggiunto e superato l’obiettivo, ciò pose fine di fatto alla rivalità in campo aerospaziale con l’Unione Sovietica, che prima di allora aveva avuto il primato in tutte le prime volte. I programmi di esplorazione lunare rimasero sempre presenti nelle diverse amministrazioni che si susseguirono, ma non vennero mai effettivamente messi in pratica, tra le altre cose, per ragioni economiche, di opinione pubblica e di priorità. I decenni successivi furono infatti dedicati allo sviluppo di stazioni spaziali in orbita bassa terrestre, il cui punto più alto è rappresentato dalla Stazione Spaziale Internazionale, da oltre 25 anni continuamente presidiata da astronauti di diverse nazionalità.
L’unica missione, da Apollo 11 in poi, a non arrivare sulla superficie lunare fu Apollo 13: l’esplosione di un serbatoio nel modulo di servizio della capsula costrinse gli astronauti a rientrare a Terra seguendo una traiettoria di ritorno libero. Come suggerisce il nome, si tratta di una particolare traiettoria seguita dalla capsula, che consente il ritorno a Terra senza la necessità di alcuna accensione dei motori.
Anche Artemis II, oltre cinquant’anni dopo le missioni Apollo, ha seguito una traiettoria di ritorno libero: la capsula Orion, per l’occasione ribattezzata Integrity, è decollata dal complesso di lancio 39B il primo aprile 2026 alle 18:35 locali, quando in Italia erano le 00:35 del giorno successivo.
Durante i 10 giorni di permanenza nello spazio, l’equipaggio ha avuto modo di verificare l’abitabilità della capsula, risolvere qualche piccolo guasto al bagno e al sistema operativo dei computer di bordo, e accertato la capacità di Orion di effettuare manovre di precisione, in vista dell’aggancio con i futuri lander per la superficie. Oltre a questo, l’equipaggio si è concentrato sulle attività da svolgere in vista del flyby con la Luna, l’evento principale della missione. Avvenuto al sesto giorno dal decollo, quindi lunedì 6 aprile, è stato anche il momento in cui gli astronauti hanno stabilito il nuovo record di distanza dalla Terra, 406.771 km alle 19:56 italiane: il precedente apparteneva ad Apollo 13, con 400.171 km.
Per l’occasione Hansen ha parlato con la Terra, dicendo che: «Abbiamo scelto soprattutto questo momento per sfidare questa e la prossima generazione per fare in modo che questo record non duri a lungo». Appare chiaro il riferimento ai 56 anni trascorsi da Apollo 13 e alle future missioni di esplorazione di altri corpi celesti, come Marte.
Il passaggio è stato ravvicinato, ad una distanza di circa 6.545 km: la Luna era grande come una palla da basket alla distanza di un braccio. Gli astronauti hanno osservato la superficie, scattato foto e video e visto regioni della Luna ad occhio nudo per la prima volta per un essere umano: lo scopo era anche studiare la topografia nella zona del terminatore, la regione di confine tra notte e giorno lunare, in cui le condizioni di illuminazione sono simili a quelle nel polo sud lunare, l’area prevista per l’atterraggio delle prossime missioni con equipaggio.
Durante queste attività sono stati scoperti due crateri, per i quali l’equipaggio ha proposto due nomi dall’elevato valore simbolico. Il primo è Integrity e quindi chiaramente dedicato alla capsula su cui i quattro hanno viaggiato, mentre il secondo è Carroll, per ricordare la moglie di Wiseman, deceduta nel 2020. I nomi verranno sottoposti formalmente all’Unione Astronomica Internazionale, l’organizzazione che stabilisce e ufficializza la nomenclatura dei corpi celesti e delle loro strutture in superficie.

Il quartetto ha anche assistito ad un’eclissi solare, con la Luna che è transitata davanti al Sole: l’equipaggio ha scattato diverse foto, alcune delle quali particolarmente suggestive. Si è trattato non solo di un momento estremamente scenografico, ma anche di interruzione, prevista, delle comunicazioni con la Terra, per via dell’assenza di satelliti in grado di fare da ponte radio con le stazioni a Terra: complessivamente è durato circa 40 minuti.

I giorni successivi al flyby sono stati caratterizzati dalla preparazione al rientro: i seggiolini, precedentemente rimossi per garantire maggior spazio all’equipaggio, sono stati installati nuovamente da Koch e Hansen, e gli strumenti scientifici e le varie attrezzature utilizzate riposte nelle apposite cassette o borse.
Il nono, e ultimo giorno completamente nello spazio, ha visto anche una piccola correzione di rotta per indirizzare esattamente Orion verso il punto di rientro previsto, al largo della costa di San Diego: nel frattempo gli astronauti hanno rivisto la timeline e le procedure da seguire una volta ammarati. Il primo evento significativo previsto per la fase di ritorno è stata la separazione tra il modulo di servizio europeo (ESM) e quello in cui l’equipaggio ha vissuto. È seguita poi un’accensione dei motori di quest’ultimo per innalzare la quota della capsula, e iniziare la manovra di skip-entry, una sorta di tuffo dentro e fuori dall’atmosfera prima della discesa vera e propria, avvenuta a circa 13 minuti dall’ammaraggio. In seguito una serie di otto paracadute si è aperta: prima quelli pilota (drogue chutes), a circa 6,7 km, poi quelli di guida (tra i 2 e gli 1,7 km) e infine quelli principali a 1,5 km.
Una volta ammarata, la capsula è stata raggiunta da diverse imbarcazioni di supporto e dal personale di NASA e della Marina: l’equipaggio è stato poi estratto e portato, via elicottero, alla USS John P. Murtha per degli immediati controlli medici. Tramite un aeroplano, poi, si sono diretti verso il Johnson Space Center di Houston, in Texas, sede anche del controllo missione che ha li ha seguiti per tutti e 10 i giorni di viaggio.
Con la conclusione di Artemis II, NASA può ufficialmente considerare iniziata, nuovamente, l’esplorazione della Luna: nelle intenzioni dell’Agenzia il piano è quello di instaurare una «permanenza stabile e duratura». L’atterraggio di un equipaggio è previsto con Artemis III, n partenza per giugno 2027, ma ci sono diversi fattori che potrebbero far slittare questa data: nei mesi scorsi infatti l’Agenzia ha annunciato diversi cambiamenti nella struttura del razzo SLS e dell’intero programma di esplorazione lunare.
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