Conferma ufficiale di un problema ai pannelli solari per VeneSat-1

Il satellite VeneSat-1 durante i controlli prima del lancio. Credits: Bolivarian Agency for Space Activities (ABAE)
Il satellite VeneSat-1 durante i controlli prima del lancio. Credits: Bolivarian Agency for Space Activities (ABAE)

Il Venezuela ha confermato che il suo satellite VeneSat-1, conosciuto anche con il nome più romantico di “Simón Bolívar”, è fuori servizio a causa di un problema ai pannelli solari che ne garantivano l’alimentazione.

I primi segnali che il satellite stesse incontrando delle difficoltà si sono avuti il 13 marzo scorso quando gli operatori di due aziende statunitensi che si occupano di tracciatura di satelliti, AGI e AxoAnalytic Solution, avevano notato che la piattaforma spaziale si era spostata in una zona appena sopra l’orbita geostazionaria e ruotava in modo caotico, non controllato.

Infine, dopo quasi 2 settimane, il 25 marzo il ministro della scienza e tecnologia venezuelano, César Gabriel Trómpiz Cecconi, ha confermato la perdita di VeneSat-1 ma non ha fornito dettagli sulle cause.

I dettagli sono invece arrivati da Fu Zhiheng, il vice presidente esecutivo della China Great Wall Industry Corp., l’azienda costruttrice del satellite per conto del governo venezuelano. Secondo le sue dichiarazioni il satellite avrebbe manifestato dei problemi al sistema di gestione dei pannelli solari e questo ha indotto gli operatori a riposizionarlo per precauzione.

La scelta è stata obbligata poiché, non potendo più contare sulla ricarica delle batterie da parte dei pannelli solari, VeneSat-1 sarebbe divenuto presto incontrollabile all’esaurirsi dell’energia disponibile. Gli operatori hanno utilizzato il tempo rimanente per operare la messa in sicurezza secondo le procedure standard.

Il logo della Agencia Bolivariana para Actividades Espaciales (ABAE). Credits: ABAE
Il logo della Agencia Bolivariana para Actividades Espaciales (ABAE). Credits: ABAE

Simón Bolívar, come veniva anche chiamato in Venezuela, era il primo satellite per telecomunicazioni dello stato ed era stato commissionato in collaborazione con l’Urugay tramite l’agenzia spaziale statale, la Agencia Bolivariana Para Actividades Espaciales (ABAE), alla China Great Wall Industry Corp. Cinese anche il servizio di lancio, avvenuto il 29 ottobre 2008 con un razzo Lunga Marcia 3B dalla base di Xichang.

VeneSat-1 era stato posizionato in orbita geostazionaria a 78 gradi ovest per fornire servizi di connettività e televisivi per tutta la durata della sua missione, stimata in 15 anni, fino a fine 2023. Il suo ritiro ha quindi comportato la perdita di circa 3 anni di operatività.

L’orbita geostazionaria si trova a circa 36.000 km di quota dove i satelliti hanno una velocità tale per cui compiono un giro esattamente in un giorno restando quindi apparentemente fermi in cielo, condizione ideale per fornire canali di comunicazione stabili a terra. Questo ne fa una zona molto ambita per gli operatori di telecomunicazioni e conseguentemente molto affollata. Per questo in genere i satelliti a fine vita operativa vengono spostati in un’orbita cimitero che in genere si trova circa 300 km più in alto.

Appena riscontrato il guasto al sistema di gestione dei pannelli solari, gli operatori hanno valutato irrecuperabile il satellite e, come detto, si sono adoperati subito per eseguire la manovra di parcheggio utilizzando le ultime ore di controllabilità garantite dalle batterie. Sono state proprio queste le manovre rilevate dalle 2 aziende statunitensi il 13 marzo: una prima accensione dei motori ha innalzato l’apogeo (il punto più distante dalla Terra in un orbita ellittica) di circa 500 km; la seconda, eseguita circa 3 ore più tardi, ha innalzato invece il perigeo (il punto più vicino) di circa 50 km. A questo punto però il satellite ha iniziato a ruotare in modo incontrollato ma in una zona considerata sicura dagli esperti anche se non la tipica orbita cimitero per i satelliti geostazionari.

Una piattaforma orbitale DFH-4 durante i test. Credits: China Great Wall Industry Corp.
Una piattaforma orbitale DFH-4 durante i test. Credits: China Great Wall Industry Corp.

I pannelli solari e la loro gestione sembrano essere il tallone d’Achille della piattaforma DFH-4 su cui era basato VeneSat-1. Il satellite era il terzo che l’azienda cinese aveva costruito basandosi su quel modello ma il primo a essere riuscito a diventare operativo. Il primo della serie infatti, SinoSat-2 lanciato il 28 ottobre 2006, non era riuscito a dispiegare i pannelli solari una volta in orbita e quindi era andato perduto. Il secondo costruito, NigComSat-1 commissionato dalla Nigeria, era stato lanciato l’anno successivo il 13 maggio e aveva iniziato a operare correttamente salvo poi andare fuori servizio l’11 novembre del 2008 a causa di un problema analogo a quello patito da Simón Bolívar.

Tutti i satelliti basati su questa piattaforma lanciati successivamente (più di una dozzina) hanno funzionato regolarmente, segno che il costruttore aveva risolto le problematiche riscontrate. Purtroppo l’evoluzione della piattaforma, denominata DFH-4E, ha manifestato nuovamente problemi di alimentazione causando lo scorso anno la perdita di ChinaSat-18 subito dopo il lancio, esattamente come avvenuto per SinoSat-2. China Great Wall Industry Corp. ha dichiarato che questi problemi non avrebbero influito sul calendario di lancio del satellite indonesiano Nusantara-2 e infatti così è stato. Ma la sfortuna si è accanita su questa piattaforma satellitare poiché un problema ai motori del terzo stadio del lanciatore Long March 3B ha fatto fallire la missione e precipitare a terra il carico.

Fonte: SpaceNews

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Rudy Bidoggia

Appassionato di spazio e di tutto ciò che è scienza dalla tenera età, scrive dal 2012 per AstronautiNews. Lavora come tecnico informatico presso un'azienda metalmeccanica del Friuli Venezia Giulia.