Fallito l’allunaggio del lander della missione indiana Chandrayaan-2

Credit: ISRO

A mezzo secolo dallo sbarco di un equipaggio umano sulla Luna, l’atterraggio di una sonda automatica sul nostro satellite potrebbe facilmente apparire una missione di routine. Il Google Lunar X Prize, lanciato qualche anno fa, aveva persino fatto pensare che si trattasse di un traguardo alla portata di startup e organizzazioni private, opportunamente finanziate.

Per chi ancora le coltivava, queste illusioni sono state rapidamente dissolte dalla durezza della realtà: l’11 aprile scorso il piccolo lander Beresheet, unico frutto della competizione lanciata nel 2007 a concretizzarsi in un volo spaziale, si è schiantato sul suolo lunare, e ieri, 6 settembre, anche l’agenzia spaziale indiana ISRO, che pure può vantare un’esperienza di tutto rispetto e risorse di gran lunga superiori alla organizzazione israeliana SpaceIL, è andata incontro ad un analogo fallimento.

A tutt’oggi l’atterraggio controllato sulla superficie lunare resta prerogativa delle tre principali potenze spaziali mondiali (Russia, Stati Uniti e Cina) e risulta ancor più che confermato il dato significativo che vede il numero degli allunaggi riusciti quasi uguale alla metà dei tentativi effettuati.

Eppure si respirava l’atmosfera delle grandi occasioni venerdì, quando è iniziata la diretta dal Centro di controllo ISRO di Bengaluru, straordinariamente trasmessa in alta definizione, che proponeva le ultime fasi della discesa del lander lunare Vikram. Nonostante l’ora tarda (in India era quasi l’una di notte), oltre che dai controllori e dai funzionari dell’agenzia spaziale, la sala era affollata di pubblico, che comprendeva anche settanta giovanissimi studenti selezionati attraverso un concorso in tutto il paese. Lo stesso Primo Ministro indiano, Narendra Modi, aveva voluto essere testimone dell’evento.

La missione Chandrayaan-2, composta da un modulo orbitale di 2379 kg e dal lander Vikram, del peso di 1471 kg, che ospitava al suo interno oltre a vari strumenti scientifici il piccolo rover Pragyan, era decollata il 22 luglio scorso dallo Satish Dhawan Space Centre. Dopo varie manovre, il 20 agosto, era entrata in orbita lunare a poco più di 100 km dalla superficie del nostro satellite.

Il 2 settembre Vikram si è staccato dall’orbiter, raggiungendo attraverso due manovre effettuate nei due giorni successivi, l’orbita finale con un apoastro di 101 km e un periastro di 35 km. Qui è rimasto per alcuni giorni, riprendendo immagini dei suoi siti di atterraggio (principale e secondario). L’obiettivo di Vikram era una zona situata 70,9° a Sud dell’equatore, a circa 550 km dal polo Sud lunare, tra i crateri Manzinus C and Simpelius N; il punto più meridionale mai raggiunto da una missione spaziale sul nostro satellite.

Il 6 settembre il lander ha iniziato la parte finale della discesa, quella che lo avrebbe portato dall’orbita alla superficie, quando in Italia erano le 22:08. Il tutto doveva durare solo 15 minuti, che però sarebbero stati “15 minuti terrore”, come li aveva definiti il presidente dell’agenzia spaziale indiana, Kailasavadivoo Sivan, utilizzando l’espressione coniata nel 2012 al JPL per l’impegnativo atterraggio marziano di Curiosity. Facendo le debite proporzioni, anche la manovra di avvicinamento e atterraggio autonomo di Vikram risultava essere un processo piuttosto complesso e “ansiogeno” per tutti i tecnici coinvolti.

All’ora prestabilita il lander ha acceso 4 dei suoi propulsori principali, iniziando la prima fase della sua discesa, denominata Rough braking Phase, durante la quale il veicolo ha perso il “grosso” della sua velocità orbitale, scendendo da 30 a 7,4 km. Tutto è parso svolgersi in modo regolare, nel crescente entusiasmo del pubblico che sottolineava gli annunci in sala con frequenti applausi.

È poi iniziata la Fine braking Phase, durante la quale il veicolo avrebbe dovuto annullare la sua velocità orizzontale scendendo fino a 400 metri. Da qui Vikram sarebbe entrato nella fase di discesa autonoma in cui avrebbe dovuto dirigersi verso una zona sicura, attraverso momenti di hovering e il rilievo diretto delle caratteristiche del terreno.

In realtà, pochi istanti dopo l’inizio della seconda fase, le animazioni basate sulla telemetria proiettate nella sala di controllo hanno mostrato il lander ruotare su se stesso e, soprattutto, discostarsi in modo significativa dalla traiettoria prevista.

Di lì a poco i display si congelavano, segno di una interruzione nella comunicazione radio con il veicolo, mentre segnavano una altitudine di 335 m, una velocità orizzontale di 48,1 m/s e una velocità verticale di 59 m/s, dati che non sembrano compatibili con un atterraggio morbido, per quanto non sia chiaro quanto possano essere attendibili.

La sala si zittiva e nei volti dei tecnici e dei responsabili comparivano segni di crescente tensione, man mano che i minuti passavano oltre il momento previsto per il touchdown, senza che fosse possibile ripristinare i contatti con la sonda.

Solo dopo una mezz’ora, toccava al presidente Sivan, che già aveva parlato con il Primo Ministro, dare il laconico annuncio ufficiale: «La discesa del lander Vikram si è svolta come pianificato e con prestazioni normali fino a un’altitudine di 2,1 km. Successivamente la comunicazione tra il lander e le stazioni di terra si è interrotta. È in corso l’analisi dei dati.»

A tutt’oggi questa resta la versione ufficiale. ISRO non ha ancora apertamente ammesso la perdita di Vikram e in un successivo comunicato parla del raggiungimento del 90/95% degli obiettivi della missione «nonostante il venir meno delle comunicazioni con il lander».

Più esplicite sono state da subito le parole del Primo Ministro Modi, che si è intrattenuto con i presenti con espressioni di incoraggiamento che implicitamente riconoscevano il fallimento dell’atterraggio.

Alcune ore dopo il capo del governo indiano è tornato al Centro Spaziale di Bengaluru per rivolgere un messaggio alla nazione in cui ha ribadito il suo sostegno al programma spaziale e agli uomini che ne sono protagonisti: «Siamo arrivati molto vicino», ha ammesso Modi, «ma in futuro dovremo fare più strada. Ogni indiano è pieno di sentimenti di orgoglio e di fiducia. Siamo orgogliosi del nostro programma spaziale e degli scienziati […]. Ai nostri scienziati voglio dire che l’India è con voi. Siete professionisti eccezionali che hanno dato un contributo incredibile al progresso nazionale».

Concreta immagine di queste parole è stato il toccante l’abbraccio al presidente Sivan, affranto e letteralmente in lacrime, dopo ore di tensione.

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Roberto Mastri

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