Continuano i cambiamenti dei piani lunari della NASA

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Il razzo Space Launch System mentre viene trasportato al pad di lancio per la missione Artemis II. (NASA/Aubrey Gemignani)

Nella giornata di martedì 24 marzo 2026 l’Agenzia spaziale statunitense (NASA) ha tenuto un evento pubblico presso il proprio quartier generale a Washington D.C. in cui ha annunciato «come l’agenzia stia implementando la National Space Policy del presidente Donald Trump e come stia accelerando i preparativi al ritorno del paese sulla superficie della Luna entro il 2028». L’intero evento è stato trasmesso in diretta su internet, e in particolare sono stati pubblicati i tre interventi di esponenti di alto livello dell’Agenzia: una conferenza stampa, i piani scientifici e per l’esplorazione e i piani generali per la Luna.

Ad aprire le discussioni è stato l’amministratore Jared Isaacman, a cui sono seguiti una serie di discussioni di alto livello che hanno riguardato l’intera architettura di esplorazione, come ad esempio il ritorno di un equipaggio sulla superficie della Luna da oltre 50 anni o la creazione degli elementi iniziali di una base lunare. Il nome scelto per questa serie di eventi è stato Ignition, ovvero “innesco” o “accensione”, per riflettere il carattere di rinnovamento e di decisione nel raggiungere questi obiettivi, finalizzati secondo Isaacman ad «assicurare la leadership statunitense nello spazio». L’Amministratore ha poi continuato dicendo che:

Il tempo stringe in questa competizione tra grandi potenze, e il successo o il fallimento si misureranno in mesi, non in anni. Se concentreremo le straordinarie risorse [tecniche e umane, N.d.T.] della NASA sugli obiettivi della National Space Policy, rimuoveremo gli ostacoli non necessari che impediscono il progresso e libereremo la potenza industriale e umana della nostra nazione e dei nostri alleati, allora il ritorno alla Luna e la costruzione di una base [sulla superficie] sembrerà nulla in confronto a quello che saremo capaci di fare negli anni a venire.

Come suggeriscono queste e altre dichiarazioni, l’evento e le proposte presentate, pur avendo una motivazione scientifica, partono da alcuni presupposti di natura politica e hanno toni enfatici, che non è detto poi si tramuteranno in effettivi raggiungimenti degli obiettivi.

Non si tratta, comunque, del primo annuncio che rivoluziona l’architettura del programma di esplorazione lunare statunitense: già alla fine di febbraio, Isaacman aveva illustrato alcuni, significativi, cambiamenti del programma Artemis.

In aggiunta a quanto detto nella pregressa conferenza stampa, in quest’ultimo evento è stato annunciato che dalla missione Artemis VI in poi l’Agenzia inizierà ad incorporare soluzioni provenienti dal settore privato, ma soprattutto riutilizzabili, che permettano quindi «missioni verso la superficie lunare frequenti e convenienti»: inizialmente ne avverrà «una ogni sei mesi, con la possibilità di aumentare la cadenza con l’evolversi delle soluzioni».

Il Lunar Gateway è stato messo in pausa

Se questi annunci riguardano missioni previste intorno al 2029 e oltre, quello relativo al Lunar Gateway è relativo ad un lancio previsto nel 2027: a partire sarebbero stati i primi due moduli, HALO e PPE, rispettivamente il “modulo abitativo e logistico” (Habitation and Logistics Outpost) e quello propulsivo (Power and Propulsion Element). Il loro sviluppo è stato segnato, nei vari anni, da diversi problemi: uno fra tutti quello della massa eccessiva, che ha costretto i tecnici a tentare diverse soluzioni e al Government Accountability Office, un ente indipendente dal Governo che verifica come vengono utilizzati i soldi pubblici, a pubblicare alcuni report piuttosto critici.

Il Lunar Gateway era una stazione spaziale in orbita attorno alla Luna: sarebbe servita come punto di appoggio per gli astronauti, arrivati lì con la capsula Orion, per scendere sulla superficie, tramite uno degli Human Landing System (HLS) oppure per condurre esperimenti in un ambiente completamente diverso rispetto a quello della Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Il Gateway non sarebbe stato permanentemente occupato da degli equipaggi: per questo motivo era stato progettato per essere autonomo e ne era stato pianificato l’inserimento in una particolare orbita, chiamata NRHO (Near Rectilinear Halo Orbit), in cui avrebbe sempre avuto la possibilità di contattare la Terra. Nonostante le dimensioni inferiori rispetto alla ISS, avrebbe avuto contributi da diverse nazioni partner, su tutte il Canada, con il braccio robotico Canadarm3, e l’Europa, con il modulo Lunar I-HAB.

Durante Ignition, come si può dedurre dall’uso di verbi al passato e al condizionale, è stato annunciato che l’Agenzia ha intenzione di «mettere in pausa il Gateway nella sua forma attuale e spostare la propria attenzione sulle infrastrutture che permettono operazioni continuative sulla superficie». Inoltre ha anche avvertito che ci saranno delle non meglio specificate «sfide» con alcuni degli hardware già esistenti, ma che quelli disponibili verranno riconvertiti e che l’Agenzia «si avvarrà degli impegni già assunti dai partner internazionali per sostenere tali obiettivi».

La costruzione di una base lunare

La costruzione di una base lunare, requisito fondamentale per una presenza umana permanente, è stata prevista in tre fasi distinte e successive. Nonostante non sia ancora stata decisa la sua esatta posizione, è stato annunciato che sarà al polo sud lunare, in coerenza con la struttura generale del programma Artemis.

Fase 1 – Build, Test, Learn

La prima fase è stata anche soprannominata Build, Test, Learn, ovvero “Costruisci, Verifica, Apprendi”, e dovrebbe durare fino al 2029. Prevede un elevato numero di missioni del programma CLPS (Commercial Lunar Payload Services) e LTV (Lunar Terrain Vehicle), in quello che è stato definito un «approccio ripetitivo e modulare».

Sono state messe in conto fino a 25 missioni, inclusi 21 allunaggi di esperimenti e dimostratori tecnologici, come ad esempio il «drone saltellante» MoonFall, riscaldatori a radioisotopi, sistemi di comunicazione o navigazione: ne verranno verificati il funzionamento, la sopravvivenza alla fredda notte lunare e i possibili miglioramenti che potrebbero essere apportati. Tra i vari obiettivi figurano anche l’acquisizione del maggior numero possibile di informazioni, dati e competenze nell’utilizzo e nella gestione in ambienti operativi di rover per il trasporto di equipaggi o di satelliti di trasmissione delle comunicazioni e di osservazione. In totale è previsto il trasporto di quattro tonnellate di carichi utili sulla superficie.

Fase 2 – Primi insediamenti temporanei

Sulla base dell’esperienza acquisita nelle prime missioni, il programma prevederà la «realizzazione di infrastrutture semi abitabili e di un sistema logistico regolare» nel corso di tre anni, dal 2029 al 2032: ci saranno operazioni ricorrenti degli astronauti sulla superficie ed è previsto il coinvolgimento dei partner internazionali dell’Agenzia, come ad esempio la JAXA, l’ente spaziale giapponese, e il suo rover pressurizzato.

La massa complessiva delle infrastrutture portate dovrebbe essere fino a 60 tonnellate, distribuite in diverse missioni (fino a 24), effettuate con lander con capacità di carico diversificate. Tra gli elementi che dovrebbero essere consegnati ci sono rover migliorati, droni MoonFall avanzati, moduli abitativi ma soprattutto stazioni fotovoltaiche e nucleari. NASA spera di poter portare sia reattori a fissione che i generatori a radioisotopi (RTG).

Fase 3 – Presenza continuativa

La terza fase, a partire dal 2032, è subordinata all’entrata in servizio delle versioni cargo degli HLS, i veicoli di trasporto dell’equipaggio verso la superficie. Quelli attualmente in sviluppo sono due: Moonship, il nome informale di una versione modificata dello stadio superiore di Starship, il lanciatore superpesante completamente riutilizzabile in fase di sviluppo da parte di SpaceX a Starbase, in Texas, e Blue Moon, sviluppato dall’azienda Blue Origin e più simile ai lander delle missioni Apollo. Indipendentemente da quali saranno gli effettivi HLS, il piano dell’Agenzia prevede che in questa fase vengano trasportate infrastrutture più pesanti, indispensabili per una presenza umana continuativa: vengono menzionati, tra gli altri, il Multi-purpose Habitat dell’Agenzia Spaziale Italiana e il Lunar Utility Vehicle dell’Agenzia spaziale canadese. La massa trasportata annualmente potrebbe raggiungere le 38 tonnellate, considerate «sufficienti per supportare habitat, operazioni logistiche, stazioni energetiche e avamposti scientifici, sfruttando le grandi capacità di carico a basso costo» dei lander.

Il programma di lanci e di investimenti per la costruzione della base lunare. Credit: NASA

Il ruolo della ISS e delle stazioni spaziali commerciali

Seppur non riguardante direttamente i piani di esplorazione della Luna, NASA ha annunciato anche un cambiamento nell’approccio alla dismissione della ISS, inizialmente previsto nel 2030. L’idea alla base era che intorno all’inizio di quel decennio, se non addirittura prima, in orbita terrestre bassa (LEO) si sarebbe creata la richiesta di stazioni spaziali costruite, lanciate e operate da privati per scopi diversi: dal cosiddetto turismo spaziale, a brevi missioni di astronauti delle agenzie spaziali nazionali per mirati esperimenti scientifici, passando per lo sviluppo di tecnologie manifatturiere (come ad esempio la stampa 3D di metalli o di tessuti), sfruttando i benefici di un ambiente unico. Nel dicembre 2021 vennero annunciate le aziende vincitrici del programma Commercial LEO Destinations e quindi destinatarie di alcuni finanziamenti da parte della NASA: Blue Origin e Sierra Space per la stazione Orbital Reef (130 milioni di dollari), Nanoracks in collaborazione con Voyager Space e Lockheed Martin con Starlab (160 milioni di dollari), Northrop Grumman con vari partner tra cui Dynetics ed altri ancora da annunciare per una stazione spaziale all’epoca senza nome (125,6 milioni di dollari). Non avevano partecipato invece Axiom Space e Vast, che hanno comunque presentato i piani per i propri avamposti in orbita: a differenza delle altre aziende citate in precedenza, sono emerse come quelle con i progetti più concreti e avanzati.

I ritardi nella costruzione di queste e altre potenziali stazioni in orbita bassa hanno indotto l’Agenzia a rivedere i propri piani di dismissione della ISS. Per citare il comunicato, «la transizione a stazioni spaziali commerciali deve essere ponderata, graduale e strutturata in modo da garantire il successo a lungo termine del settore»: nella pratica verrà chiesto un feedback da parte delle aziende commerciali per una strategia alternativa in LEO, che impedisca una interruzione della presenza umana statunitense e che possa creare le condizioni affinché il sistema privato si mantenga senza sovvenzioni pubbliche. Al centro di tutto dovrà rimanere la ISS, che verrà inizialmente dotata di un Core Module di proprietà della NASA e in seguito di altri, posseduti dai privati. Le due stazioni verranno separate solo una volta che «le capacità tecniche e operazionali e la domanda di mercato verranno soddisfatte». NASA, sulla falsariga di quanto successo per il trasporto di equipaggi verso la ISS, diventerebbe a quel punto uno dei tanti clienti di quella stazione commerciale. Al fin di stimolare la creazione di un’economia in orbita bassa, l’Agenzia ha in piano di prevedere delle missioni di privati cittadini (le cosiddette Private Astronauti Missions o PAM), la vendita dei posti di comandante, missioni congiunte (probabilmente con le industrie del settore), gare per la realizzazione di moduli multipli e premi in denaro.

Fonte: Piani per la costruzione di una base lunare, Ignition

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Matteo Deguidi

Studio Astrophysics and Cosmology e ho fatto un Master in Comunicazione della Scienza a Padova: qui provo a raccontare quello che succede nel mondo dell'astronautica mondiale, concentrandomi su missioni scientifiche in corso o in fase di sviluppo, con qualche spruzzata di astronomia ogni tanto.

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