Riuscita la prova del motore BE-4 di Blue Origin

Blue Origin, l’azienda del fondatore di Amazon Jeff Bezos, ha pubblicato giovedì sui propri profili social il video del primo test al banco del BE-4, il più grande motore alimentato a metano che equipaggerà il suo New Glenn e con ogni probabilità anche il Vulcan della United Launch Alliance.

Un passo alla volta, con coraggio

Blue Origin ha speso buona parte di questo decennio nello sviluppo di un potente propulsore per il suo razzo New Glenn e potenzialmente per altri lanciatori statunitensi. Questo motore, il BE-4, alimentato a metano, è stato attentamente osservato sia dai principali soggetti all’interno dell’industria aerospaziale che in ambiente militare: questo eminentemente perché il suo concept promette di utilizzare tecnologie innovative, perché è stato quasi interamente sviluppato con finanziamenti privati e perché è completamente riutilizzabile.

Tuttavia, se molte erano le attese nei mesi scorsi a seguito degli annunci dell’azienda, il motore doveva ancora mostrare le sue prestazioni. Nello scorso mese di maggio il primo test aveva infatti subito un fallimento in seguito al grave inconveniente che aveva colpito una turbopompa e da allora si erano nuovamente create ulteriori aspettative. Di conseguenza la comunità aerospaziale ha osservato lo sviluppo del motore per comprendere se avrebbe superato l’ostacolo decisivo del test statico. Dopo mesi di attesa, è quello che è successo finalmente mercoledì presso l’impianto della Blue Origin nel Texas Occidentale quando il motore BE-4 è stato attivato al 50 per cento della sua massima potenza per tre secondi.

Il video pubblicato sui social network giovedì, della durata di circa 6 secondi, è stato accompagnato qualche minuto dopo da un Tweet di Jeff Bezos, che ha definito il primo test di accensione del BE-4 come un «passo importante», dichiarandone il successo.

https://twitter.com/blueorigin/status/921095318669873154

Un motore per un lanciatore ambizioso

Blue Origin lavora al BE-4 dal 2011, ma il progetto ha subito un’evidente accelerazione negli ultimi anni, contestualmente alla presentazione del New Glenn, il potente vettore orbitale annunciato nel 2016. Secondo quanto comunicato da Blue Origin, il New Glenn dovrebbe effettuare il suo volo inaugurale entro la fine del decennio: sarà (vista la concorrenza) un vettore riutilizzabile e avrà la capacità di trasporto di 45 tonnellate in orbita bassa terrestre e di circa 13 tonnellate verso l’orbita geostazionaria. Alimentato da metano e ossigeno liquido, il BE-4 dovrebbe essere in grado di fornire una spinta di 2500 Kilonewton. Ogni New Glenn sarà equipaggiato da sette motori BE-4 che permetteranno, similmente al Falcon 9 di SpaceX, di compiere un atterraggio verticale dopo ogni decollo.

Una visione artistica del New Glenn. Fonte: Blue Origin

Buone notizie per ULA

Il primo test al banco del BE-4 è una buona notizia anche per la United Launch Alliance, la joint venture tra Boeing e Lockheed Martin, che per svecchiare i proprio attuali lanciatori capitanati dall’Atlas V, punta ad utilizzare i motori di Blue Origin per il suo futuro Vulcan, il nuovo vettore il cui debutto sarebbe atteso per il 2019.

Per sviluppare un veicolo completamente americano e mandare in pensione l’Atlas V, peraltro dotato di propulsori russi Energomash RD-180, ULA ha lanciato una gara tra costruttori di motori: insieme a Blue Origin c’è la Aerojet Rocketdyne, che però ha proposto i più tradizionali AR-1, alimentati da kerosene e ossigeno liquido. Ogni Vulcan sarà equipaggiato con due nuovi propulsori per esemplare, con la possibilità di utilizzare fino a sei booster aggiuntivi. ULA non ha ancora ufficializzato quale azienda fornirà i motori per il Vulcan, anche se (come trapela anche dal tweet di giovedì scorso) è più che evidente la preferenza verso il motore di Jeff Bezos. Una conferma definitiva da parte di ULA è in ogni caso attesa entro la fine dell’anno.

Una questione di concorrenza

Il successo di Blue Origin è tanto più notevole in quanto finanziato in gran parte da Jeff Bezos, senza costi diretti per i contribuenti. Fino a pochi anni fa, tutti i propulsori statunitensi erano finanziati quasi interamente da contratti governativi, come l’F-1 del Saturno V e i motori principali dello Space Shuttle. SpaceX ha integralmente rovesciato il paradigma costruendo il suo motore Merlin in gran parte in modo autonomo. SpaceX ha anche investito notevoli somme nel suo nuovo motore Raptor, che dovrebbe avere una spinta al livello del mare di circa 1700 Kilonewton ( ma che deve ancora essere sottoposto a test su larga scala). Nel frattempo, il motore BE-4 di Blue Origin si configurerebbe come il più potente propulsore statunitense dal Rocketdyne RS-68, sviluppato due decenni fa.  Il problema con il motore RS-68, che alimenta la linea di propulsori Delta IV della United Launch Alliance, è che costa troppo. La ULA, che utilizza la flotta di Delta IV, sta ovviamente cercando di abbattere i costi di lancio collegati a questi vettori con una dismissione del modello, ma il governo degli Stati Uniti e l’esercito hanno obiettato, temendo di essere esposti al rischio di affidare le commesse strategiche al solo Atlas V (che oltre a tutto, come si è detto, monta un motore russo). Di conseguenza, negli ultimi anni, la United Launch Alliance ha iniziato lo sviluppo di un nuovo razzo per sostituire il Delta e ridurre l’utilizzo dell’Atlas V.

D’altro canto e su una sponda finanziaria diversa, Aerojet ha fatto pressione sul Congresso per dirigere la scelta della United Launch Alliance verso il motore AR1, che ha già ricevuto più di 200 milioni di dollari in fondi federali. Uno degli argomenti principali di Aerojet è che come outsider, Blue Origin non sarebbe in grado di costruire un motore così potente, voluminoso e complesso da fornire propulsione al Vulcan. A marzo, alcuni membri del Congresso hanno scritto alla US Air Force per rispondere a queste preoccupazioni, dicendo che il motore di Blue Origin non era commisurato alle richieste di commessa. A mettere la ciliegina sulla torta, nel mese di maggio, Blue Origin ha avuto una sonora battuta d’arresto quando un powerpack del motore è esploso sul banco di prova.

Ecco quindi che Il successo di mercoledì ribalta le sorti dell’azienda e dimostra che Blue Origin non solo ha recuperato dall’incidente, ma è riuscita a superare la fase di montaggio e test statico completo del motore. Inoltre questo test, ovviamente solo il primo di molti che servono per dimostrare l’affidabilità di un motore, supporta pienamente le affermazioni di Blue Origin secondo cui l’azienda sarebbe molto più avanti di Aerojet nello sviluppo di un propulsore efficace, affidabile e competitivo.

 

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Massimo Orgiazzi

Appassionato di astronomia, astronautica e scienza, nella vita è ingegnere. Ha scritto narrativa, poesia e critica letteraria, ha una passione per il cinema e organizza rassegne cineforum. Twitta in inglese di spazio e scienza con l'handle @Rainmaker1973

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