Premiate cinque squadre del Google Lunar X Prize

Il logo del Google Lunar X PRIZE. Fonte: Google/X PRIZE Foundation
Il logo del Google Lunar X PRIZE. Fonte: Google/X PRIZE Foundation

Il 26 gennaio 2015 durante un evento tenutosi alla California Academy of Sciences di San Francisco sono stati premiati cinque dei 18 team che ancora competono per il prestigioso Google Lunar X Prize.

La fondazione X Prize e Google mettono in palio 20 milioni di dollari per il primo team privato (con eventuali fondi governativi ammessi fino ad un massimo del 10% sulla spesa totale) che riuscirà a far atterrare sulla Luna un rover e a fargli percorrere almeno 500 metri riprendendo immagini televisive ad alta definizione. Al secondo che riuscirà nell’impresa andranno 5 milioni di dollari, mentre altri 5 milioni verranno ripartiti in eventuali altri premi fra i quali 1 milione di dollari andrà al team che per primo riprenderà immagini e video di un sito di atterraggio delle missioni Apollo.

Oltre a questi 30 milioni di dollari messi in palio per le imprese lunari ne sono stati elargiti oltre 5 milioni per attività terrestri. In particolare si sono voluti premiare quei team che hanno dimostrato i migliori progressi verso il compimento della missione lunare. Il corpo giudicante era composto da esperti nel campo spaziale, aeronautico e delle scienze, ed i premi sono stati suddivisi in tre categorie: atterraggio (1 milione di dollari), mobilità (500.000 dollari) e ripresa immagini (250.000 dollari). I parametri giudicati per le tre categorie sono stati i seguenti.

Atterraggio: controllo attitudinale nel viaggio verso la Luna; sistema di tracciamento e determinazione dell’orbita nel viaggio verso la Luna; guida, navigazione e controllo durante la discesa verso la superficie; avionica; propulsione; sistema di atterraggio; controllo termico; autonomia; interfaccia con gli altri sistemi.

Mobilità: sistema principale di movimento (ruote o altro); meccanismo di puntamento, guida e accelerazione del sistema di movimento; meccanismo di rilascio dal lander (se presente); avionica per la navigazione di superficie; sistema per la verifica della distanza percorsa; comunicazioni Luna-Terra e Terra-Luna; interfaccia con gli altri sistemi.

Ripresa di immagini: ottiche; rilevatori; meccanismi di movimento delle ottiche; processo delle immagini; comunicazioni Luna-Terra e Terra-Luna (se diverse dal sistema di mobilità); controllo termico delle camere; interfaccia con gli altri sistemi.

Le cinque squadre premiate sono state:

Astrobotic (USA): tutte e tre le categorie per un totale di 1,75 milioni di dollari

Moon Express (USA): atterraggio e ripresa immagini per un totale di 1,25 milioni di dollari

Team Indus (India): atterraggio per 1 milione di dollari

Part-Time Scientist (Germania): mobilità e ripresa immagini per un totale di 750.000 dollari

Hakuto (Giappone): mobilità per 500.000 dollari

 

Il video che presenta questi premi intermedi, chiamati Milestone Prize.

 

Anche se questi cinque team, essendo i più avanti nello sviluppo e avendo pure ricevuto queste somme di denaro, possono essere considerati i favoriti nella corsa al primo premio anche le rimanenti 13 squadre sono ancora in lizza. Fra di esse c’è anche un team italiano (Team Italia) capitanato dalla professoressa Amalia Ercoli-Finzi, balzata recentemente alla ribalta per il suo contributo al lander Philae atterrato sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko. Delle altre dodici squadre tre provengono dagli USA (che sono quindi la nazione di gran lunga più rappresentata), due sono team internazionali e poi troviamo una squadra a testa per Malesia, Spagna, Israele, Ungheria, Brasile, Canada e Cile.

Il tempo però sta cominciando a stringere. La missione lunare infatti deve essere compiuta entro il 31 dicembre 2016, pena la cancellazione di tutto il montepremi. Ma c’è un ulteriore vincolo da rispettare. Entro la fine di quest’anno almeno un team deve comunicare una reale data di lancio per la sua missione. Quest’ultimo aspetto potrebbe essere però questione di pochi mesi.

Il team Moon Express ha reso noto il 22 gennaio scorso che entro qualche mese svelerà con quale vettore ha intenzione di lanciare la propria missione e presumibilmente verrà fornita anche una data. Il team californiano ha inoltre comunicato l’avvenuto accordo con Space Florida per l’utilizzo dell’ex complesso di lancio 36 (SLC-36) di Cape Canaveral dove ha intenzione di costruire e testare il suo lander lunare ed altri che seguiranno nelle intenzioni di questa ambiziosa compagnia.

Il primo test di volo (con un cavo di sicurezza) del prototipo del lander, chiamato MTV-1X, è avvenuto lo scorso dicembre presso la Shuttle Landing Facility (l’ex pista di atterraggio degli Space Shuttle) di Cape Canaveral. I primi test senza cavo di sicurezza sono previsti a marzo proprio dal nuovo sito SLC-36.

Questo complesso di lancio, che comprendeva due rampe, è stato utilizzato dal 1962 al 2005 per lanciare un totale di 145 razzi Atlas, che fra i vari carichi hanno portato anche i lander lunari della serie Surveyor. Fra il 2006 e il 2007 le due torri di lancio sono state demolite e nel 2010 la proprietà del sito è stata ceduta dall’USAF (l’aviazione militare americana) alla società Space Florida.

Il video del test di volo del lander prototipo MTV-1X.

 

Fonti: Parabolic arc, X Prize, Moon Express.

 

 

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Commenti

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Paolo Baldo

Sono nato a Trento, dove vivo e lavoro. Fra i miei molti interessi l'astronautica occupa un posto privilegiato. La mia passione mi ha portato ad incontrare molti astronauti (di tutti i programmi spaziali occidentali, dal Mercury all'ISS) in svariati eventi pubblici.

Una risposta

  1. orsobubu ha detto:

    Sono molto, molto dubbioso su questa strategia di affidare parte dello sviluppo del settore spaziale all’iniziativa privata.

    1
    – quando si verificheranno i primi incidenti, molte cose verranno
    rimesse in discussione, basta pensare agli incidenti ferroviari in
    inghilterra in seguito alla privatizzazione, e al fallimento in sè
    dell’operazione

    http://www.citylab.com/commute/2012/09/why-britains-railway-privatization-failed/3378/

    2
    – è paradossale a dir poco pensare che decine di aziende e migliaia di
    tecnici si stanno arrabattando a fare praticamente le stesse identiche
    cose – anzi, molto meno – di ciò che è stato fatto 50 anni fa

    3
    – la competizione solo apparentemente è un vantaggio, e quando lo è, se
    lo è considerando anche tutto lo spreco di risorse, lo può essere
    soltanto in un sistema capitalistico (ovviamente bisogna aver studiato
    Marx per capire il concetto). Ma pensiamo alla competizione in generale:
    sarebbe un assurdità instaurare la competizione ALL’INTERNO di una
    singola azienda, per esempio decidere che il reparto motori di boeing
    compra le pompe dal migliore offerente tra diversi gruppi costruttori di
    pompe creati all’interno della stessa boeing; allo stesso modo, il
    ragionamento andrebbe esteso alla fabbrica-umanità in senso generale,
    dove ovviamente il massimo della produttività si raggiungerebbe
    coordinando centralmente la produzione senza competizione, esattamente allo stesso modo in cui la singola fabbrica si organizza internamente con la massima centralizzazione e coordinazione per poter funzionare al meglio. Chiaramente ciò richiederebbe il passaggio ad un sistema di produzione comunistico futuro, senza plusvalore nè denaro, ma il limite di queste strategie americane sta proprio nell’inseguire modelli economici che tendono al passato

    4 – in regime capitalistico, la produzione di ricchezza, intesa non nel senso di valore d’uso (ciò che realmente conta per il genere umano) ma nel senso di valore di scambio cioè di denaro, l’unico che è determinante nel capitalismo, avviene , nella media del ciclo economico, solo estraendo pluslavoro in seguito a sfruttamento del lavoro salariato. Il capitalista preso per sè quindi non può matematicamente produrre alcun valore di scambio, poichè deve necessariamente vendere le merci allo stesso prezzo di costo (vedere Il Capitale per i dettagli). Ne consegue che nello spazio, in media, potrà essere prodotta ben poca ricchezza, per quanto ciò possa sembrare assurdo. Infatti, sarebbe necessario trasferire in orbita milioni di lavoratori (i robot non producono plusvalore, ovviamente), cosa oggettivamente inattuabile. L’ipotesi di rendite monopolistiche (quindi estranee al libero mercato) dove le merci prodotte siano vendute al di sopra dei prezzi di mercato sarebbe catastrofica ben più della ricchezza che si produrrebbe in tal caso, come insegna l’esperienza storica. Anche l’ipotesi di impiegare milioni di lavoratori sulla Terra grazie all’industria automatizzata spaziale è molto fantasiosa, visto che le nuove tecnologie in generale sottraggono posti di lavoro anzichè crearne. Produrre minerali nello spazio con robot sottrarrebbe posti di lavoro umani sulla Terra, e inoltre creerebbe una crisi di sovraproduzione; basti guardare al settore elettrico, dove il problema, nei paesi sviluppati, sta nel fatto che di energia ce n’è troppa, non troppo poca, soprattutto adesso che sono disponibili tecnologie avanzate che la producono a costi inferiori a quelle tradiziionali fossili, ad alto impiego di lavoro salariato e quindi di plusvalore.

    5 – I principali progressi di base, nella scienza e nella tecnologia, sono stati finora prodotti da sforzi ed organizzazioni coordinate a livello statale,
    universitario, militare, etc. E’ solo in seguito che il mercato interviene, ovviamente rallentando il progresso per mezzo della segmentazione in settori (auto per poveri, auto per ricchi, etc) impedendo lo sviluppo per ragioni di competizione e di massimizzazione dei profitti (gli esempi sono infiniti: microprocessori, medicine, ..)

    6
    – come si vede, lo spazio potrà essere sviluppato soltanto dopo il
    passaggio ad un sistema di produzione superiore al capitalismo. In
    questo senso, il ritorno a pratiche liberistiche nel settore spaziale è
    contraddittorio e reazionario. L’aspetto positivo sta nel fatto che in
    generale ogni estensione del mercato avvicina ulteriormente il momento
    in cui la crisi economica si sincronizzerà a livello mondiale creando i
    presupposti per un suo superamento rivoluzionario, purtroppo passando
    quasi inevitabilmente per guerre capitalistiche distruttive. Ludovico Geymonat, il più grande epistemologo italiano e uno dei maggiori di sempre, la pensava esattamente così.