Fissato per il primo aprile il decollo di Artemis II
Giovedì 11 marzo 2026 l’Agenzia spaziale statunitense (NASA) ha tenuto una conferenza stampa in cui ha reso noto l’esito della Flight Readiness Review (FRR), una dettagliata revisione dello stato di prontezza di tutte le infrastrutture collegate alla missione Artemis II.
La notizia più importante è stata la comunicazione riguardo la data di lancio: avverrà il primo aprile alle 18:24 locali, un’ora e venti circa prima del tramonto, quando invece in Italia saranno le 00:24 del 2 aprile. Nel caso di posticipi, dovuti al meteo o inconvenienti tecnici, le finestre di lancio si estendono fino al 6 aprile, con il decollo che si sposta progressivamente di circa un’ora in avanti. Non ci saranno però ulteriori Wet Dress Rehearsal (WDR), ovvero un’accurata simulazione degli eventi propedeutici il lancio che include il caricamento dei propellenti. Lori Glaze, amministratrice associata ad interim del Exploration Systems Development Mission Directorate, ha esposto alcune ragioni in merito a questa scelta: innanzitutto «ogni volta che si riempiono i serbatoi, si toglie loro un poco di vita utile», nel senso che possono sopportare solo un certo numero di cicli termici con i propellenti criogenici, che essendo a temperature estremamente basse, sul lungo periodo possono impattare sulla struttura. Inoltre, in secondo luogo, anche perché «sono già stati effettuati due Wet Dress Rehearsal» e che quindi sia l’hardware che il personale è stato messo sufficientemente alla prova.
Glaze ha aggiunto che tutte le persone coinvolte nella FRR hanno dato il via libera alla partenza della missione «in attesa di completare alcuni lavori prima del rollout» che avverrà il 19 marzo. Delle sei opportunità di lancio previste all’inizio di aprile, Glaze ha detto che quattro verranno prese in considerazione.
Shawn Quinn, dirigente dell’Exploration Ground Systems (l’organo gestore e sviluppatore delle infrastrutture di terra a supporto della missione) ha invece fornito qualche informazione in più in merito al problema nella circolazione dell’elio riscontrato dopo la conclusione del secondo Wet Dress Rehearsal del 20 febbraio e che aveva costretto l’Agenzia a riportare SLS all’interno del Vehicle Assembly Building, perdendo la possibilità di lanciare a marzo. Il Quick Disconnect, il sistema di sgancio rapido delle tubature al momento del decollo, è stato smontato e analizzato ai raggi X, trovando «una valvola che bloccava il flusso». La squadra di tecnici ha quindi preso delle unità “non di volo” e le hanno testate per capire quale fosse la causa alla base, «riuscendo a replicare il problema» e «implementare una soluzione, testandola e qualificandola per l’impiego su Artemis II». Rispondendo a una richiesta di maggiori dettagli, Quinn ha detto che «la valvola è stata rimossa ed è stata rinforzata un’altra, che dovrebbe essere meno suscettibile al movimento» e quindi all’ostruzione dell’elio. Sempre in merito alle guarnizioni, Quinn ha aggiunto che «è stata cambiata quella delle linee dell’ossigeno sul Tail Service Mast Umbilical», una serie di tubature che riforniscono SLS di ossigeno liquido e che sono posizionate nella zona inferiore, vicino al vano motori.
I lavori, come era stato anticipato nella conferenza relativa al ritorno al VAB di SLS, hanno anche riguardato la sostituzione delle batterie del sistema di terminazione del volo sull’Interim Cryogenic Propulsion Stage (ICPS, il secondo stadio del razzo), sul core stage e sui booster laterali. Il sistema, noto anche come FTS (Flight Termination System), è in procinto di essere testato. Sono infine state ricaricate le batterie del sistema di abort del volo.
Quinn ha riportato poi che è stata «effettuata un’altra simulazione dell’intervento della Closeout Crew», l’insieme di persone dedicate ad aiutare gli astronauti nelle procedure di ingresso nella capsula Orion, di messa in sicurezza sui sedili e della chiusura del portellone. Durante la prima simulazione del conto alla rovescia di inizio febbraio, durante le operazioni di questo gruppo di persone erano sorti dei ritardi per dei problemi nella chiusura del portellone di Orion. Pertanto, almeno inizialmente, la loro presenza per il secondo WDR era stata esclusa: avevano invece poi preso parte all’esercitazione, operando senza intoppi e in anticipo sulla tabella di marcia.

Il programma Artemis e il suo stravolgimento
Artemis II sarà la prima missione con equipaggio ad andare oltre l’orbita bassa terrestre da Apollo 17, l’ultima dell’omonimo programma che decollò nel dicembre 1972 con l’obiettivo di atterrare sulla superficie lunare e raccogliere dei campioni del suolo. L’unica altra missione del programma Artemis, infatti, è stata svolta senza esseri umani a bordo nel novembre 2022: si trattò di una validazione del razzo, lo Space Launch System (SLS) e di Orion, oltre a tutte le infrastrutture di terra e del personale deputato.
Se quindi Artemis II avrebbe dovuto orbitare attorno alla Luna, l’arrivo sulla superficie era previsto con Artemis III: al momento dell’annuncio, nel dicembre 2017, era fissato per il 2024. Ad effettuare il trasporto dell’equipaggio ci sarebbe stato un lander sviluppato e di proprietà di un’azienda privata: nell’aprile 2021 venne selezionata una versione appositamente modificata per l’ambiente lunare, chiamata anche informalmente Moonship, dello stadio superiore di Starship, il lanciatore superpesante completamente riutilizzabile in fase di sviluppo da parte di SpaceX a Starbase, in Texas. A questo si aggiunse, a seguito di un contenzioso legale che portò all’istituzione di un nuovo bando, il lander Blue Moon, progettato da Blue Origin. Gli astronauti sarebbero partiti a bordo di SLS con Orion, che si sarebbe poi agganciata a Moonship (durante Artemis IV) o Blue Moon (in Artemis V): sarebbe stato quindi il lander a portare fisicamente gli astronauti sulla superficie. Orion sarebbe rimasta in orbita, con due membri dell’equipaggio al suo interno, in attesa della partenza del lander dalla superficie, per poi ritornare verso la Terra e completare la missione.

Dal momento che entrambi i sistemi non erano mai stati testati in precedenza, alle aziende fu richiesto di svolgere una missione dimostrativa senza equipaggio: solo in caso di esito positivo si sarebbe proceduto al trasporto di esseri umani. Sia Moonship che Blue Moon, tuttavia, per poter assolvere al compito previsto richiedono un’architettura di missione estremamente complessa: la prima necessita di decine di lanci di Starship tanker, ovvero riempite di propellente da trasferire a Moonship per garantirle la capacità di arrivare sulla Luna. Una situazione simile riguarda Blue Moon, che deve essere rifornita di idrogeno liquido in orbita: il trasferimento di grandi quantità di propellente, per di più a temperature criogeniche, e la sua gestione in un ambiente estremo come lo spazio, rappresenta una sfida tecnologica importante e mai tentata prima, almeno su queste scale. Dal 2021 si sono quindi accumulati diversi ritardi, sia dal lato dei fornitori dello Human Landing System (HLS) che dai costruttori di SLS. La necessità di incrementare il rateo di lancio del razzo e di testare il sistema che porterà gli astronauti sulla Luna prima di effettivamente tentare l’allunaggio ha portato nel febbraio 2026 l’amministratore della NASA Jared Isaacman a rivoluzionare il programma Artemis: Artemis III è stata anticipata alla metà del 2027 ed è diventata per l’appunto la missione che validerà l’aggancio tra Orion e i due HLS, mentre Artemis IV e Artemis V sono state trasformate nel primo e nel secondo allunaggio, con date di partenza previste per l’inizio e la fine del 2028.
Per aumentare la cadenza di lancio, Isaacman ha imposto un sostanziale congelamento nelle evoluzioni di SLS: l’attuale configurazione Block 1, sarebbe stata seguita da una più potente chiamata Block 1B, a sua volta sostituita da quella finale, Block 2. Non si sarebbe trattato di semplici miglioramenti nelle performance, ma di utilizzare nuovi elementi: l’attuale secondo stadio, l’ICPS sarebbe stato sostituito da uno con dimensioni e prestazioni decisamente superiori, chiamato Exploration Upper Stage (EUS), già dalla versione 1B.
L’interruzione delle evoluzioni ha portato, tra le altre cose, alla cancellazione del contratto per EUS, che sarebbe stato costruito da Boeing. Al suo posto è stato selezionato il Centaur V di United Launch Alliance, in uso sul razzo Vulcan: oltre al fatto di essere già operativo e aver supportato quattro missioni con successo, dispone anche dei motori RL-10, in utilizzo da svariati decenni, e della capacità di utilizzare le interfacce già presenti sulla Mobile Launcher 1 (ML-1), la piattaforma di lancio mobile di SLS. Infine, il Centaur V ha molte caratteristiche in comune con il Centaur Ⅲ, utilizzato sull’Atlas V N22 per portare la capsula CST-100 Starliner verso la Stazione Spaziale Internazionale e quindi certificato per il trasporto di esseri umani.
Non ci saranno altri fornitori di secondi stadi, nonostante anche Blue Origin fosse stata attenzionata da NASA: l’esclusione è stata tuttavia dettata dalla necessità di effettuare modifiche significative alla ML1 e un accorciamento dello stadio stesso, per rispettare i limiti di altezza all’interno del Vehicle Assmebly Building, l’edificio in cui SLS viene assemblato.
Fonte: conferenza stampa
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