Prendono forma i piani ufficiali per le procedure di rientro della ISS

Credit foto: NASA

Raffaele Di Palma

Raffaele collabora con AstronautiNEWS dal giugno 2013. Twitter @RaffaeleDiPalma

5 Risposte

  1. D'ALONZO MICHELE ha detto:

    Nel caso in cui si decidesse di avviare la procedura di rientro di 400 tons di ISS ritengo che si sia pensato ad un alleggerimento progressivo della massa. Parti non indispensabili per un corretto funzionamento della ISS potrebbero essere via via staccate e rilasciate. Moduli attraccati e modificati per divenire parti integranti della stazione spaziale potrebbero essere rilasciati dopo aver isolato la parte rimanente.

    • Raffaele Di Palma ha detto:

      Staccare parti porterebbe comunque alla creazione di detriti importanti con rientri incontrollati, con conseguente esposizione al pericolo di un area non bene identificata. Fare l’undocking per ogni modulo significherebbe moltiplicare a cascata una serie di piani di deorbit per ogni modulo. Le procedure di distacco non sarebbero immediate ed il monte ore/lavoro per ogni modulo sarebbe davvero sostanzioso, ci vorrebbe poi anche un cargo vettore apposito per ognuno di essi, in modo da imprimere la spinta neccessaria al rientro (sempre programmato).

      Ogni modulo poi necessiterebbe di una EVA (attività extraveicolare) per staccare tutti i cablaggi presenti all’esterno e che sono non pochi.

      Sarebbe una cosa ordini di grandezza più complicate da fare rispetto al “semplice” deorbitare tutto il complesso per intero.

  2. Elio ha detto:

    Ritengo l’articolo mal formulato. Come potrebbe rientrare nell’atmosfera qualcosa che è già parte dell’atmosfera terrestre che si estende fino ad oltre la luna? Le recenti scoperte scientifiche dei mesi scorsi hanno nei fatti modificato la grandezza dell’atmosfera terrestre portandola fino a 800.000 km dal suolo e inglobando persino la luna che si trova a “soli” 400.000 km da terra.

    Se il quesito è come “fare scendere un armamentario di tale massa” allora si potebbe ipotizzare la suddivisione a moduli.
    A meno che non venga lasciata fluttuare nel nulla realizzando un modulo di spinta e trasformandola in una sonda (una nuova voyager) o una base di appoggio per missioni lunari o su marte. Se ancora funziona varrebbe la pena di valutarne il riciclo e il cambio di destinazione d’uso visti tutti i costi finora!

    • Raffaele Di Palma ha detto:

      Quando si parla rientro atmosferico, si intende comunemente l’attraversamento degli strati più densi dell’atmosfera, capaci di distruggere un oggetto al suo cadere. Per convenzione si ritiene -spazio- tutto quello che si trova oltre i 100 chilometri di altitudine (alcuni fissano questo spartiacque anche da 80 chilometri in poi).
      Si tratta comunque di un valore opinabile in quanto, come dice lei si potrebbe portare fino alle fasce di influenza del campo magnetico terrestre. In quel caso si preferisce chiamarla comunque magnetosfera.

      Spostare 400 tonnelate per renderla una “nuova sonda” richiederebbe immani quantitative di propellente, per ottenere risultati ottenibili anche con sonde (appunto) della dimensione delle voyager.

      Per la base di appoggio per missioni lunari o marziane, per l’appunto si sta progettando il Lunar Gateway, che andrà a sostituire una struttura che ha ormani una media di 35 anni per componente.

    • Marco Zambianchi ha detto:

      Gentile Elio, le scoperte cui lei si riferisce, basate sulle osservazioni della sonda SOHO (si veda http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Earth_s_atmosphere_stretches_out_to_the_Moon_and_beyond) devono essere interpretate correttamente. Innanzitutto il dato parla di circa 630000 chilometri, non 800000, ma soprattutto la densità dell’atmosfera terrestre a quelle quote è talmente bassa che si può definire tranquillamente vuoto. Quello che SOHO ha osservato è un fenomeno captabile solo da sensibilissimi strumenti scientifici che in nulla inficia quanto descritto nell’articolo.
      E’ noto da tempo, infatti, che anche alla quota della ISS vi siano tracce dei gas atmosferici, che anche se estremamente rarefatti sono un fattore di attrito di cui tener conto e se non contrastati per mesi possono portare ad una deorbitazione della stazione.
      Per finire, quindi, il termine atmosfera va interpretato nel contesto di questo articolo come qualcosa che diventa “significativo” (una sorta di punto di non ritorno) dal punto di vista dei veicoli spaziali a partire dalla quota di circa 120 chilometri.

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