Juno continuerà la sua missione sull’orbita di 53 giorni

Rendering di Juno su Giove. Credit: NASA/JPL

NASA ha stabilito che la sonda Juno, in orbita attorno a Giove dal 4 luglio 2016, dovrà rimanere per tutto il resto della missione nella sua attuale orbita polare altamente ellittica, con periodo di 53 giorni. Secondo i piani iniziali Juno avrebbe dovuto eseguire una manovra (Period Reduction Maneuver) per transitare su un’orbita operativa con periodo ridotto a 14 giorni, ma non sarà possibile a causa di un malfunzionamento al sistema propulsivo.

Il mission plan originale.

I responsabili della missione hanno rassicurato che, nonostante questo inconveniente, sarà comunque possibile portare a termine tutti gli obiettivi scientifici della missione. La sonda al momento opera regolarmente con tutti gli strumenti in funzione e ha già inviato a terra alcune immagini spettacolari. Dal momento dell’immissione in orbita, Juno ha completato 4 rivoluzioni attorno al gigante gassoso, l’ultimo passaggio al pericentro risale allo scorso 2 febbraio, il prossimo sarà il 27 marzo.

Un dettaglio delle formazioni nebulose di Giove ripreso durante il PJ3. NASA/JPL-Caltech/SwRI/MSSS/Eric Jorgensen.

NASA ha dichiarato che il periodo orbitale più elevato non influenzerà la qualità delle osservazioni scientifiche eseguite dalla sonda durante i passaggi ravvicinati di Giove, dal momento che l’orbita resterà stabile con la stessa quota ad ogni flyby. Il principal investigator ritiene inoltre che l’attuale orbita permetterà di studiare ancora più a fondo il campo magnetico di Giove rispetto a quanto inizialmente preventivato: sarà possibile analizzare nel dettaglio i confini della magnetosfera del pianeta, la cosiddetta magnetopausa, e la zona del campo magnetico nei pressi del polo sud di Giove; la Heliophysics Science Division di NASA, inoltre, potrà studiare l’interazione fra il campo magnetico di Giove e il vento solare.
Un ulteriore aspetto positivo dell’orbita di 53 giorni riguarda la minore permanenza della sonda nella zona ad alte radiazioni del pianeta, la radiazione rappresenta uno dei fattori limitanti per le operazioni scientifiche di Juno.
Durante ogni approccio ravvicinato, Juno sorvolerà le formazioni nuvolose di Giove da una quota minima di 4100 km e gli strumenti raccoglieranno dati con lo scopo di approfondire meglio le nostre conoscenze in merito alle origini, alla struttura, all’atmosfera e alla magnetosfera del pianeta.

Secondo quanto previsto inizialmente Juno avrebbe dovuto eseguire solamente due rivoluzioni lungo l’attuale orbita di 53 giorni per poi scendere a 14 gioni per il resto della missione; tuttavia due valvole associate ai serbatoi di elio, parte del sistema propulsivo della sonda, non si sono comportate come previsto quando il sistema era stato pressurizzato lo scorso ottobre: la telemetria aveva riportato che le valvole avevano impiegato diversi minuti prima di passare nella giusta posizione, l’operazione eseguita altre volte in passato, era durata invece solo pochi secondi.

Durante una scrupolosa analisi, i responsabili della missione hanno analizzato diversi scenari che avrebbero permesso a Juno di raggiungere un’orbita con periodo ridotto, tuttavia nulla poteva scongiurare che una non corretta accensione del sistema propulsivo avrebbe immesso Juno in un’orbita ancora meno favorevole dell’attuale. In sostanza, una manovra eseguita senza la piena sicurezza dell’esito avrebbe potuto far fallire l’intera missione.

Attualmente la missione è finanziata fino al 2018 per un totale di 12 orbite “scientifiche”. Il team potrà comunque presentare una richiesta di estensione della missione e una commissione esprimerà successivamente una valutazione analizzando nel dettaglio il ritorno scientifico del prolungamento.

Immagine a falsi colori del polo sud di Giove ripresi dalla JunoCam il 2 febbraio 2017. Credit: NASA/JPL-Caltech/SwRI/MSSS/Roman Tkachenko

Gli studi eseguiti con i dati raccolti da Juno fino ad ora hanno già rivelato alcuni aspetti interessanti: il campo magnetico e le aurore risultano molto più intensi di quanto ipotizzato; inoltre, sembrerebbe che le formazioni nuvolose a fasce, che forniscono al pianeta il suo aspetto caratteristico, si estendono molto più in profondità all’interno dell’atmosfera del pianeta. Nei prossimi mesi è prevista la pubblicazione di alcuni papers riguardo le scoperte effettuate con i dati raccolti durante i primi 3 flyby.
Infine la JunoCam, la prima telecamera interplanetaria dedicata alla divulgazione, è ora comandata con il supporto degli appassionati e del pubblico. Tramite un apposito sito web è possibile partecipare alla scelta dei soggetti fotografici che verranno inquadrati durante ciascun passaggio ravvicinato.

Fonte: NASA.

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Filippo Magni

Appassionato di spazio, studente di ingegneria aerospaziale presso il Politecnico di Milano. Collabora all'amministrazione del forum come "Operations Officer". Scrive su AstronautiNEWS da maggio 2009.

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