25 anni fa il volo di Buran

Sono trascorsi 5 lustri dal primo (e unico) volo dello spazioplano sovietico: un progetto travagliato ma non privo di aspetti innovativi che forse avrebbe meritato maggior fortuna.
Buran (“tempesta di neve”) fu progettato da Gleb Lozino-Lozinskiy, capo designer agli stabilimenti NPO Molniya, ed avrebbe dovuto essere la risposta allo space shuttle americano, del quale riprendeva i concetti generali, pur con alcune importanti differenze.
Il suo sviluppo fu richiesto dai militari, che avevano male interpretato le capacità e finalità di STS, tanto da attribuirgli addirittura la possibilità di fungere da bombardiere nucleare spaziale. Come conseguenza, l’intero programma fu avvolto dal segreto sin dagli albori, risalenti addirittura al 1974.

La principale differenza fra STS ed il complesso Buran era nella propulsione: i sovietici non avevano l’esperienza degli americani nei razzi a propellente solido, e pertanto optarono per la propulsione a liquido. Inoltre, i motori principali furono piazzati sul serbatoio esterno, mentre lo shuttle ne presentava ben 3 nella parte terminale della fusoliera, più quelli di manovra. Infatti, anche nel campo dell’alimentazione LOX/LH2 i sovietici non avevano un grande background tecnico, potendo vantare solo alcuni motori sperimentali.
Siccome era richiesta una spinta di 200 tonnellate, si decise di abbandonare la possibilità di riutilizzare i motori, sistemandoli sul serbatoio esterno “a perdere”.

Il risultato finale fu il vettore Energia LV: un mostro con 4 booster esterni, ognuno dei quali con un motore RD-170 a 4 camere alimentato a cherosene ed ossigeno liquido, più uno stadio centrale con 4 motori RD-0120 a camera singola alimentati ad ossigeno ed idrogeno liquidi. Il potenziale del vettore era enorme: 100 tonnellate in LEO, 20 tonnellate in orbita geostazionaria, fino a 32 tonnellate in traiettoria translunare, numeri che ricordano da vicino quelli del Saturno V.
Anche il vettore di prossima generazione, Angara, ha un grosso debito progettuale nei confronti di Energia LV.

Come detto, la navetta vera e propria, riutilizzabile, non possedeva dei propri motori “principali”, impiegava due piccoli motori orbitali ad ossigeno gassoso/cherosene solo per una piccola accensione da circa 66 m/s per raggiungere l’orbita definitiva di 251×263 chilometri.

Lo sviluppo del progetto richiese diversi anni, e numerosi modelli in scala ed al vero per le prove in galleria del vento.
Il primo Buran fu completato nel 1984, e fu l’analogo dello shuttle di prova “Enterprise”. Fu impiegato in test di volo ma, al contrario della controparte occidentale, anche questo Buran fu dotato di motori (4 turbofan AL-31), che gli consentirono di prodursi in qualcosa di più che il semplice volo planato. I test di volo proseguirono fino al 1988.
In seguito, questa prima navetta fu esposta alle olimpiadi di Sydney 2000, per poi finire, chissà come, abbandonata nei deserti mediorientali. Qui fu ritrovata da un gruppo di appassionati tedeschi, che, con notevoli sforzi diplomatici ed economici, riuscirono a riportarla in Europa, dove trovò una degna collocazione presso il Technikmuseum Speyer in Germania.

Il trasporto degli elementi costitutivi del Buran fu inizialmente effettuato tramite un aereo cargo 3M-T (nome Nato “Bison B”); in seguito, un Antonov An 225 venne attrezzato per trasportare gli orbiter, esattamente come il Boeing 747 in versione SCA di NASA.
Il mating dell’Energia allo spazioplano avvenne nell’hangar di Baikonur originariamente concepito per le missioni lunari N1 (mai effettuate), proprio come il mating dello Shuttle al serbatoio esterno avveniva nel VAB che aveva ospitato i Saturno V tanti anni prima. Tuttavia, come da prassi consolidata, anche in questo caso i sovietici preferirono effettuare l’aggancio in posizione orizzontale, per poi posizionare il veicolo in verticale prima del lancio.
Il roll-out verso la rampa avvenne il 23 ottobre 1988. Il primo tentativo di lancio, nove giorni dopo, fu cancellato per un guasto ai computer. Seguirono le riparazioni ed alcuni giorni di maltempo; finalmente il decollo avvenne il 15 novembre.

La missione, priva di equipaggio, durò circa 140 minuti, e Buran rientrò automaticamente al sito di lancio accompagnata da un Mig-25 con funzione di chase-plane (vedi foto).
Durante il volo Buran riportò alcuni danni che avrebbero richiesto estese riparazioni, ma gli sviluppi politici ed il collasso dell’Unione Sovietica decretarono la fine del progetto, ufficialmente congelato da Boris Yeltsin nel 1993.

Oltre a Buran rimasero 2 orbiter a diversi stadi di completamento (“Ptichka”, praticamente pronto, e “Baikal”, completo al 35-50%), più altri due velivoli che rimasero però solo sulla carta.
Buran, l’unico orbiter ad aver volato, andò incontro ad un triste destino nel 2002, quando, durante una tempesta, l’hangar in Kazakhstan che lo ospitava crollò. Purtroppo persero la vita 8 operai che stavano riparando il tetto dell’edificio, e la navetta venne completamente distrutta. Ptichka (“uccellino”) è al momento di proprietà del Kazakhstan, e giace abbandonata nell’edificio MIK al cosmodromo di Baikonur. Baikal è rimasta in un parcheggio di Mosca fino al 2011, quando è stata trasportata con una chiatta all’expo aeronautica MAKS 2011. Ora si trova a Ramenskoye. Rimangono anche numerosi test vehicles e mock-ups, tra cui OK-TVA, impiegato per i test statici, che è situato presso il famoso parco Gorky di Mosca.
Per maggiori informazioni, consigliamo la versione inglese dell’ottimo sito di NPO Molniya.

Paolo Actis

Paolo collabora con AstronautiNEWS fin dal maggio 2008.

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