Uso di cadaveri umani per le fasi di sviluppo di Orion

Il logo di AstronautiNEWS. credit: Riccardo Rossi/ISAA
Il logo di AstronautiNEWS. credit: Riccardo Rossi/ISAA

E' stato recentemente reso noto che per lo sviluppo e la progettazione della nuova capsula Orion, in particolare per i crash test, sono stati impiegati alcuni cadaveri umani per studiare i limiti sopportabili dall'uomo in caso di impatto non controllato della capsula al rientro dall'orbita.
Anche se può sembrare macabro la pratica viene spesso utilizzata in settori nei quali i dati raccolti da manichini e da simulazioni non sono sufficienti per raccogliere le informazioni necessarie per la definizione dei limiti di sopportazione del corpo umano in condizioni di impatto violento.
Il PAO (Public Affairs Office) NASA ha dichiarato che l'utilizzo è stato estremamente limitato e solamente nei casi in cui i manichini attuali e i modelli numerici non potessero fornire i dati richiesti per la definizione dei parametri di sicurezza dei futuri equipaggi.
La grande maggioranza dei test di impatto vengono effettuati utilizzando Hybrid III, il manichino di ultima generazione, utilizzato dalle case automobilistiche per lo studio nei crash test.
I manichini servono per l'acquisizione dei carichi nei diversi punti del corpo umano, potendo prevedere le forze trasmesse al sedile e ai sistemi di ritenzione, è comunque ambiamente dimostrato da studi di biomeccanica che le informazioni raccolte dai manichini spesso non combaciano con i danni che poi effettivamente il corpo umano subirà.
I questi casi, e sempre in maniera limitata, si è fatto, e si farà uso di corpi umani senza vita in modo da completare le informazioni richieste per lo sviluppo e in particolare per la definizione di sistemi che possano proteggere gli organi interni e i tessuti molli, ancora oggi punto debole dei manichini.

La pratica non è certamente nuova, il DoD in alcune missioni shuttle agli inizi degli anni '90 fece volare un cranio umano riempito di sensori per poter rilevare le dosi di radizioni assorbite dai tessuti interni durante una missione ed è probabile che anche per i precedenti mezzi spaziali si siano utilizzate tecniche di questo tipo non essendo i manichini, ieri come oggi, in grado di fornire tutte le informazioni richieste.
I problemi etici sono sicuramente profondi a partire dalla questione se per la raccolta di queste informazioni sia più o meno etico utilizzare persone vive rischiandone l'incolumità o cadaveri.
E' giusto comunque sottolineare, forse inutilmente, che i cadaveri sono tassativamente forniti utilizzando le tradizionali vie legali per l'utilizzo di corpi umani per sperimentazione, comuni per tutti i settori di ricerca.

Alberto Zampieron

Appassionato di spazio da sempre e laureato in ingegneria aerospaziale al Politecnico di Torino, è stato socio fondatore di ISAA. Collabora con Astronautinews sin dalla fondazione e attualmente coordina le attività fra gli articolisti.