Nespoli: addestramento e realtà in una missione spaziale

Dieci anni di addestramento e di attesa prima di coronare il sogno. Non è un po’ troppo, anche per un astronauta, e c’è tempo per un’altra missione?

La classe 1998, è stata particolarmente sfortunata. Pensa che il primo del nostro gruppo ha volato solo l’anno scorso. Ma la vita professionale di un astronauta è stimata in 10 anni e tre missioni. Sono quindi pronto a partire di nuovo e mi piacerebbe fare una passeggiata spaziale, dopo questa esperienza di “regista” delle EVA dei colleghi, che pure è stata molto complessa e impegnativa. In ogni caso, la missione Esperia è stata degna degli anni passati a sognare e studiare.

Quanto l’addestramento riesce a riprodurre ciò che poi si vive realmente nello spazio?

Prima di tutto, l’addestramento dura un anno, mentre nello spazio la cosa la devi fare in quel momento, hai una sola possibilità e c’è una sequenza di attività concatenate che a terra non sono simulate, perché si prova per una o due ore  e poi si passa a fare qualcosa d’altro. Secondo, nello spazio sei solo, non c’è l’istruttore che ti controlla se hai un problema e ti aiuta se non ricordi una procedura. Certo, se vuoi puoi chiedere aiuto a terra, ma sappiamo che il farlo innesca un meccanismo complesso, per cui si cerca di evitare.

Terzo, su alcune cose la simulazione non  riproduce esattamente la situazione reale: ad esempio, la NASA aveva un braccio meccanico per provare le manovre, ma da qualche anno la struttura è stata chiusa e ci si allena solo su simulatori sintetici, al computer, che sono straordinari, ma bidimensionali, privi del senso di profondità. Di conseguenza, quando ti trovi ad usare il braccio nello spazio e lo vedi muoversi e venirti addosso, fa impressione. Inoltre, l’assenza di peso porta anch’essa a percezioni differenti da quelle che si hanno a terra: per esempio, manovrando il braccio, guardando gli indicatori sul pannello e poi alzando la testa (lo shuttle ha due oblò sopra la testa dell’operatore, NdR) per vedere fuori, avevo l’impressione di volare via e che il braccio non stesse muovendosi come gli avevo comandato io, il che è uno dei malfunzionamenti che siamo addestrati a fronteggiare. Quindi per qualche secondo rimani perplesso e cerchi di capire cosa sta succedendo.

Ancora un altro esempio: a terra vai in addestramento e ti danno le procedure del caso; nello spazio, te le devi trovare da solo, e se qualcuno ha preso il libro, devi andare a cercare chi ce l’ha, e quando l’hai trovato, ti servono quattro mani, perché le pagine si aprono e il libro diventa come un fiore. Quindi, impari che cose che a terra fai in 10 minuti, lassù ti prendono mezz’ora.

La NASA non si è assunta un rischio molto grande nell’autorizzare una EVA con un tempo di rientro dell’astronauta dalla sua posizione di lavoro superiore a quello che ne garantisce la sopravvivenza in caso di emergenza?

In effetti, le tute hanno un sistema di emergenza basato su due serbatoi ad altissima pressione che garantiscono 30 minuti di sopravvivenza all’astronauta la cui tuta dovesse essere perforata da un micrometeorite o da un detrito spaziale (in altre parole, grazie all’altissima pressione, riescono a mantenere il minimo vitale di pressione interna per 30 minuti, anche se c’è una perdita, NdR). Quando Scott (Parazinsky, NdR) si è trovato in cima al palo usato per allungare il braccio e portarlo a ridosso del pannello solare, sarebbe riuscito a rientrare in 30 minuti? La NASA ha disegnato questo scenario peggiore: la tuta di Scott subisce un danno, il braccio robotizzato si blocca e Scott deve ridiscendere come su un palo della cuccagna tutto il braccio fino a rientrare nella camera di compensazione. In queste condizioni, probabilmente non ce l’avrebbe fatta. Ma abbiamo fatto un briefing e accettato il rischio, perché era legato ad una concomitanza di eventi con una probabilità statistica veramente bassissima.

Il malessere che hai provato al rientro, è stato dovuto ad una variazione di G?

Non lo so esattamente, ma per quanto riguarda i G, vi racconto questa cosa per farvi capire quanto costa al fisico riadattarsi al peso: io sono abituato a sentire più o meno a quanti G sono sottoposto, ma al rientro ero sul ponte di comando e guardavo sempre il G meter con incredulità, perché avevo l’impressione di stare a 3 o 4 G, mentre quelli reali erano solo 1,3-1,6, che di solito quasi non si sentono. E non era solo una mia impressione, perché ogni tanto qualcuno dal livello inferiore (la cabina pressurizzata dello shuttle è divisa su tre livelli, due dei quali ospitano i sedili degli astronauti, NdR) ci chiamava e chiedeva “Ma quanti G stiamo tirando?”.

Una volta atterrati, c’erano da spegnere degli interruttori in alto, e il solo muovere la testa mi dava l’impressione di cadere all’indietro. Queste sensazioni sono durate per parecchie ore.

Di solito la nausea non viene nelle prime ore che si passano in assenza di peso?

Si, e in alcuni casi i sintomi sono stati così forti che l’astronauta non ha potuto fare niente per parecchi giorni. Ero quindi preparato a sperimentare questa nausea e invece non ho avuto alcun malessere. Al contrario, non si parla mai dello scombussolamento che si prova al rientro, ma che tutti gli astronauti sperimentano in forma più o meno forte. Tanto e vero che prima di partire e dopo il rientro i medici fanno agli astronauti dei test simili a quelli che si fanno per vedere se una persona è ubriaca: toccarsi le dita ad occhi chiusi, camminare su una linea dritta ecc. E quando li fai al rientro, ti accorgi che sei tutto sballato, che il corpo non risponde come dovrebbe, tanto è vero che c’è il divieto di guidare la macchina nei primi tre giorni dall’atterraggio.

Cheli, Vittori, ed ora Nespoli. A parte la facile battuta della rivincita dell’Esercito sull’Aeronautica Militare, possiamo parlare di un ruolo dominante della Difesa nel corpo astronauti italiano?

In questo momento, in cui lo shuttle è ancora un velivolo sperimentale, il fatto di avere un’esperienza militare, che ti abitua a lavorare in situazioni estreme, seguendo certe procedure perché una mossa sbagliata può portar alla distruzione di un veicolo e del suo equipaggio, è certo un grande vantaggio che torna utile quando si va nello spazio.

Fonte: dedalonews.it

Alberto Zampieron

Appassionato di spazio da sempre e laureato in ingegneria aerospaziale al Politecnico di Torino, è stato socio fondatore di ISAA. Collabora con Astronautinews sin dalla fondazione e attualmente coordina le attività fra gli articolisti.