L’AI va nello spazio: il piano di Musk per i data center in orbita

Chip Terafab. Credit: SpaceX

Perché SpaceX fantastica sull’idea di un data center in orbita con milioni di satelliti dedicati al calcolo? Immaginare un centro di elaborazione dati, o data center, fa pensare a grandi capannoni pieni di server, ventilatori e cavi. Ma secondo Elon Musk questa immagine è destinata a diventare obsoleta. Il futuro dell’intelligenza artificiale, sostiene, potrebbe non essere sulla Terra, bensì in orbita attorno al pianeta.

Durante un evento del 21 marzo ad Austin, in Texas, l’Amministratore delegato di SpaceX ha illustrato una visione ambiziosa: una costellazione di satelliti che funzionano come veri e propri data center, alimentati dal Sole e dedicati esclusivamente al calcolo per l’intelligenza artificiale. Non si tratta di un’idea astratta, poiché SpaceX ha già presentato una richiesta ufficiale alle autorità statunitensi per una rete che potrebbe arrivare fino a un milione di satelliti.

Il problema che frena l’AI

Per capire perché Musk guarda allo spazio, è necessario partire da un limite molto concreto: l’energia. I sistemi di intelligenza artificiale più avanzati richiedono quantità enormi di elettricità e producono molto calore. Costruire nuovi data center sulla Terra significa trovare spazio, collegamenti alla rete elettrica, sistemi di raffreddamento e affrontare costi sempre più alti. Secondo Musk, tutto questo diventerà progressivamente più difficile. Nello spazio, invece, molte di queste barriere scompaiono: l’energia solare è costante, lo spazio fisico non è un problema e il calore può essere dissipato attraverso grandi superfici radianti.

Non appena il costo per raggiungere l’orbita scenderà a cifre basse, avrà immediatamente senso mettere l’AI nello spazio.

Inoltre Musk ha rimarcato che nell’arco di soli due o tre anni i data center spaziali potrebbero già essere più competitivi di quelli terrestri.

Satelliti grandi come grattacieli

Il primo tassello di questo progetto è un satellite chiamato AI Sat Mini. Il nome è ingannevole: nella rappresentazione mostrata da Musk – che ha precisato essere in scala reale – il satellite supera abbondantemente in lunghezza la Starship V3, che è alta 124 metri. Se le proporzioni fossero corrette, l’AI Sat Mini misurerebbe oltre 170 metri. Ogni unità sarebbe in grado di fornire 100 kilowatt di potenza di calcolo, l’equivalente di un piccolo data center.

Gran parte del satellite è occupata da enormi pannelli fotovoltaici, mentre un radiatore da circa 100 metri quadrati serve a smaltire il calore generato dai processori. Un aspetto spesso criticato nei data center spaziali, ma che Musk considera già risolto: «Per qualche ragione si è aperto un dibattito bizzarro sui radiatori nello spazio», ha detto. SpaceX, ricorda, gestisce da anni migliaia di satelliti Starlink che dissipano calore nello spazio.
E il termine “mini”? È solo provvisorio. I modelli futuri, secondo la roadmap, dovrebbero arrivare a un megawatt di potenza ciascuno.

Il razzo Starship V3 confrontato con il previsto satellite orbitale AI Sat Mini, destinato a ospitare un centro dati. Credit: SpaceX

Il cuore del progetto: i chip

Alla base di tutto c’è però un altro elemento fondamentale: i processori. Musk sostiene che l’attuale produzione mondiale di chip avanzati non sia sufficiente a sostenere la crescita dell’intelligenza artificiale e che Terafab dovrebbe produrre una quantità cinquanta volte superiore alla produzione combinata attuale di tutti i produttori di chip per applicazioni avanzate. Da qui nasce Terafab, un progetto industriale congiunto tra SpaceX, Tesla e xAI che punta a produrre un terawatt di capacità di calcolo all’anno, una quantità senza precedenti.

La produzione partirebbe da un nuovo stabilimento ad Austin, vicino a una fabbrica Tesla esistente, e sarebbe incentrata su un chip chiamato D3, progettato appositamente per lo spazio: capace di lavorare a temperature più alte e resistente alle radiazioni. L’obiettivo è produrre 100-200 miliardi di chip l’anno, con circa l’80% destinato a data center orbitali nello spazio e il 20% ad applicazioni terrestri. Il motivo di questa proporzione: a causa dei limiti della rete elettrica terrestre, Musk stima che la domanda per la Terra sarà di 100-200 gigawatt l’anno, mentre quella spaziale raggiungerà l’ordine del terawatt di potenza, sfruttando la luce solare continua in orbita.

I dettagli economici non sono stati resi pubblici, ma il contesto è chiaro: costruire fabbriche di chip di ultima generazione richiede investimenti nell’ordine delle decine di miliardi di dollari. A titolo di confronto, un colosso della produzione mondiale di semiconduttori come TSMC sta spendendo 65 miliardi di dollari per tre stabilimenti in Arizona.

Chip Terafab. Credit: SpaceX

Uno sguardo ancora più lontano

Nella parte finale della presentazione, Musk ha spinto l’immaginazione oltre l’orbita terrestre, mostrando un video che ipotizza data center costruiti sulla Luna e lanciati nello spazio tramite propulsori elettromagnetici. L’obiettivo finale sarebbe arrivare a una capacità di calcolo di un petawatt (1015), cioè tre ordini di grandezza superiore a quelli di un terawatt (1012). È una visione che oggi sembra estrema, ma che segue una logica precisa: se l’intelligenza artificiale diventerà una delle infrastrutture fondamentali della civiltà, allora anche il modo in cui la alimentiamo e la ospitiamo potrebbe cambiare radicalmente.

Voglio solo vivere abbastanza a lungo da vedere il propulsore elettromagnetico sulla Luna. Sarà incredibilmente epico.

Elon Musk

Fonte: SpaceNews.com

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Marco Carrara

Da sempre appassionato di spazio, da piccolo sognavo ad occhi aperti guardando alla televisione le gesta degli astronauti impegnati nelle missioni Apollo, crescendo mi sono dovuto accontentare di una più normale professione come sistemista informatico in una banca radicata nel nord Italia. Scrivo su AstronautiNews dal 2010; è il mio modo per continuare a coltivare la mia passione per lo spazio.

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