Rocket Lab lancia Electron e recupera il primo stadio

Il 19 novembre Rocket Lab ha effettuato un nuovo lancio del proprio razzo Electron con il quale ha immesso in orbita 29 piccoli satelliti. La particolarità di questo lancio risiedeva nel fatto che, novità assoluta per l’azienda, si sarebbe tentato il recupero del primo stadio del razzo.

L’Electron è decollato dal Launch Complex 1 di Rocket Lab sulla penisola di Mahia, in Nuova Zelanda, alle ore 17:20 UTC per una missione denominata Return to Sender. Il lancio è stato un successo e i 29 piccoli satelliti sono stati rilasciati un’ora dopo il decollo in un’orbita eliosincrona posta a 500 km di altitudine.

La diretta del lancio su YouTube

Benché sia stato un lancio di successo, la riuscita della missione è passata in secondo piano rispetto al tentativo di recupero del primo stadio. Le prime informazioni rilasciate dalla compagnia indicavano che l’operazione si fosse conclusa come previsto, con il primo stadio sopravvissuto alla fase di rientro dopo l’apertura del piccolo paracadute necessario per rallentare la velocità di rientro e del paracadute principale, tuttavia non è stato descritto in quali condizioni sia stato trovato il razzo dopo lo splashdown. La compagnia aveva annunciato lo scorso 5 novembre il tentativo di recupero. Il primo stadio era stato dotato di un sistema per ridurre la velocità di rientro e di un paracadute che avrebbero permesso un ammaraggio morbido e il successivo recupero dopo il tuffo nell’Oceano Pacifico, a circa 400 chilometri a valle del sito di lancio.

Rocket Lab aveva sempre respinto l’ipotesi di cimentarsi nel recupero del primo stadio, viste le piccole dimensioni del suo vettore, ma l’azienda ha iniziato a valutarne la fattibilità ritenendo possibile recuperare e riutilizzare il vettore se fosse sopravvissuto all’attraversamento di quello che è stato chiamato “il muro” del rientro, ovvero l’impatto con gli strati più densi dell’atmosfera. L’azienda aveva provato separatamente i vari aspetti del sistema di recupero, ma questo volo è stato il primo tentativo in cui sono state messe insieme tutte le fasi precedentemente collaudate. Trovare posto per il paracadute, il sistema di controllo e le altre attrezzature necessarie al recupero nel poco spazio disponibile nel primo stadio è stata una sfida tecnologica decisamente impegnativa.

Rocket Lab ha deciso di utilizzare una nave per recuperare il razzo dall’acqua e riportarlo a terra, ma era stato valutato anche il recupero in volo con un elicottero – qualcosa che la società aveva provato nei test di caduta all’inizio di quest’anno – ma questa opzione è stata successivamente scartata. L’azienda ha così deciso di affrontare il recupero e l’eventuale riutilizzo del primo stadio poiché ha considerato che riuscire a effettuare anche un solo riutilizzo dello stesso vettore, avrebbe permesso un notevole risparmio economico.

La notizia del recupero ha oscurato il successo del lancio stesso, il 16º del razzo Electron. Sono stati immessi in orbita 24 satelliti SpaceBEE, ciascuno delle dimensioni di 0,25U, prodotti da Swarm Technologies. I satelliti fanno parte di una costellazione di 150 satelliti che fornirà servizi di Internet delle Cose. L’Electron trasportava anche due satelliti di UnseenLabs, una società francese che sta sviluppando una costellazione satellitare per servizi di monitoraggio del traffico navale e due piccoli satelliti della missione DRAG RACER della società TriSept. Uno dei due satelliti è stato dotato di un lungo cavo, che ricorda quello del satellite italiano Tethered, ideato per collaudare una tecnologia che potrebbe abbreviare il tempo di deorbitazione di un satellite, che da diversi anni diverrebbe di qualche decina di giorni. Il secondo satellite, APSS-1, è stato progettato e costruito dagli studenti dell’Università di Auckland in Nuova Zelanda per lo studio della ionosfera terrestre.

Gnome Chompski
Lo gnomo Chompski – Credit: Rocket Lab

Oltre ai 29 smallsat, l’Electron trasportava un ulteriore e particolare payload: un simulatore di massa in titanio stampato in 3D, alto 15 centimetri, dalla forma di uno gnomo da giardino soprannominato “Gnome Chompski” poiché ricorda un personaggio della serie di videogiochi Half-Life. Lo gnomo, che è stato finanziato da Gabe Newell, fondatore della società di videogiochi Valve Software, è stato fissato al razzo per due motivi: il primo, più goliardico, è perché in Half-Life 2: Episode Two uno degli obiettivi del gioco consiste nel trascinare uno gnomo da giardino all’interno di un razzo. La seconda ragione è benefica, per ogni persona che avesse guardato il lancio, Newell avrebbe donato un dollaro all’unità di terapia intensiva pediatrica di Starship, un ospedale per bambini di Auckland.

Fonte: SpaceNews.com

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Marco Carrara

Da sempre appassionato di spazio, da piccolo sognavo ad occhi aperti guardando alla televisione le gesta degli astronauti impegnati nelle missioni Apollo, crescendo mi sono dovuto accontentare di una più normale professione come sistemista informatico in una banca radicata nel nord Italia. Scrivo su AstronautiNews dal 2010; è il mio modo per continuare a coltivare la mia passione per lo spazio.

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