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Intervista esclusiva all’astronauta Fred Haise

Come anticipato durante il ciclo di interviste dedicate al programma STS ci sarebbe stata anche un’intervista dedicata ad uno “Special Guest”. Si tratta di Fred Haise che, malgrado non abbia mai preso parte ad una missione STS, ha avuto un ruolo di primo piano nello sviluppo di questo eccezionale sistema di trasporto spaziale.


Fred Wallace Haise è nato a Biloxi, nel Mississippi, il 14 novembre 1933. Nel 1950 si è diplomato presso la locale scuola superiore e due anni dopo è entrato come cadetto aviatore alla Naval Air Station di Pensacola in Florida, completando l’addestramento nel 1954 e servendo per i successivi due anni nel Corpo dei Marines come pilota da caccia presso la base aerea di Cherry Point nel North Carolina.

Dal 1957 al 1959 ha svolto il ruolo di pilota intercettore nella Oklahoma Air National Guard conseguendo al contempo una laurea in ingegneria aeronautica presso l’università dell’Oklahoma. Nel 1959 è entrato alla NASA come pilota ricercatore presso il Lewis Research Center di Cleveland nell’Ohio dove è rimasto fino al 1963, con una pausa fra il 1961 e il 1962 in quanto richiamato per servire presso la vicina base aerea dell’USAF di Mansfield. Dal 1964 è stato pilota ricercatore della NASA alla base aerea di Edwards in California prima di essere selezionato come astronauta nell’aprile 1966.

Fred W. Haise nel 1966. Credit: NASA

Quattro anni dopo, nell’aprile 1970, ha effettuato la sua unica missione spaziale a bordo della sfortunata missione Apollo 13 dove, in qualità di pilota del modulo lunare, avrebbe dovuto atterrare sulla Luna assieme al comandante James Lovell. La sua carriera alla NASA proseguì anche dopo la conclusione del programma Apollo, e lo vide prendere parte ai test della navetta Enterprise, il prototipo dei futuri Space Shuttle. In qualità di comandante pilotò tre dei cinque voli atmosferici (fra cui quello inaugurale) di Enterprise, effettuati da agosto a ottobre del 1977 presso la base aerea di Edwards, in California, e denominati ALT (Approach and Landing Tests). Nel giugno 1979 ha lasciato la NASA per diventare vice presidente dei programmi spaziali presso la Grumman Aerospace Corporation.

 

Gli ultimi due voli ALT vennero effettuati senza la copertura posteriore dei motori e durarono molto meno dei voli precedenti. Quale fu la ragione?

La protezione posteriore riduceva significativamente la resistenza aerodinamica della navetta. Negli ultimi due voli c’è stato quindi un maggiore frenamento del velivolo che, essendo un aliante, ha avuto l’effetto di ridurre il tempo in cui è rimasto in aria.

Qual è stato il momento più eccitante dei voli ALT?

Il momento più eccitante fu in occasione del primo volo libero, quando premetti il pulsante per attivare le cariche pirotecniche che, spezzando i bulloni di attacco all’aereo madre, ci liberarono da esso. Come tutti i primi voli di una nuova macchina volante ci possono essere sorprese o imprevisti e dal momento che non esisteva alcun velivolo di riserva, la perdita di Enterprise avrebbe causato uno stop del programma per molti anni.

Qual è stato il difetto principale emerso durante quei voli di collaudo?

In realtà non emersero grossi difetti. Durante il primo volo libero uno dei computer si guastò a causa di un componente che venne danneggiato dall’improvvisa accelerazione dovuta alla separazione dal 747. Nel secondo volo ci fu una perdita da uno dei serbatoi dell’idrazina delle APU che andò a danneggiare alcuni cavi elettrici. Entrambi i problemi furono però risolti senza impattare la tempistica dei test successivi e non furono tali da dover riprogettare i relativi sistemi.

Alle 8:48 del mattino ora locale del 12 agosto 1977 Enterprise (il prototipo delle future navette spaziali) ha iniziato il primo dei suoi cinque voli liberi. Credit: NASA

Quali erano nel 1977 le aspettative per questo veicolo?

Se parliamo di aspettative non so rispondere in quanto queste riguardavano più che altro il Program Management. Come pilota collaudatore posso dire che si è comportato rispettando tutte le specifiche ed ha continuato a farlo in moltissimi voli orbitali fino ad oggi. Le due tragedie non hanno avuto nulla a che vedere con le prestazioni del veicolo ma sono state piuttosto un fatto di supervisione del programma.

Fra i quattro astronauti che hanno volato su Enterprise, tu sei l’unico a non aver poi effettuato una missione reale. Quale fu la ragione?

Era previsto che comandassi la terza missione orbitale, con Jack Lousma in qualità di pilota. Quando mi diedero quell’incarico si sarebbe trattato di una missione estremamente eccitante e impegnativa che avrebbe tentato il recupero dello Skylab. Ma il programma Shuttle accumulò dei ritardi e nel frattempo l’attività solare abbassò l’orbita della Stazione tanto che non fu più possibile effettuare quella missione, i cui obiettivi vennero quindi cambiati. La missione diventò più che altro un test termico che avrebbe consistito nel mantenere la navetta in varie posizioni e orientamenti per raccogliere dati di temperatura, una cosa non propriamente eccitante.

All’incirca nello stesso periodo mi si presentò un’opportunità per lavorare alla Grumman Aerospace Corporation in qualità di vice presidente dei programmi spaziali. Già prima di allora avevo deciso che una volta lasciato il programma astronauti avrei intrapreso una carriera manageriale e quindi accettai quell’incarico, che è stato il primo passo in questa mia nuova carriera. Sono rimasto 17 anni alla Grumman Corporation, e successivamente alla Northrop Grumman Corporation, ricoprendo svariate posizioni manageriali e andando in pensione da presidente del settore servizi tecnici.

Intervista rilasciata all’autore nel dicembre 2009.

Oltre a concedermi l’intervista di cui sopra, Fred Haise mi ha fatto un regalo inaspettato inviandomi una lunga serie di risposte a domande che gli sono state rivolte nel corso degli anni e che riporto di seguito integralmente e nell’ordine in cui mi sono state inviate.

 

Cosa ti ha spinto a diventare astronauta?

Negli anni della mia giovinezza non esistevano ancora astronauti reali. C’erano solo Buck Rogers e Flash Gordon nei telefilm del sabato mattina. Perfino quando mi sono arruolato per imparare a volare, durante la guerra di Corea, non esisteva un programma astronauti. A differenza di quanto accadrebbe oggi, non potevo aspirare ad essere un astronauta in quanto era un lavoro che semplicemente non esisteva. Quindi, ciò che mi portò a diventare astronauta fu una progressione logica che iniziò come pilota militare da caccia e quindi come pilota collaudatore per la NASA. Ho perciò considerato l’essere astronauta come un’estensione della carriera che stavo già intraprendendo.

Ti è piacuto galleggiare all’interno dell’astronave o più in generale essere nelle condizioni di “zero g”?

Si tratta di un ambiente estremamente gradevole, che ha anche il grande vantaggio di facilitare il tuo lavoro nel movimentare gli oggetti ed inoltre rende lo spazio disponibile ancora più grande. Immagina solo se potessi utilizzare il soffitto come se fosse il pavimento. Renderebbe tutto grande il doppio. Naturalmente c’è un periodo durante il quale il tuo corpo si deve acclimatare a questo nuovo ambiente e la cui lunghezza varia da individuo a individuo. All’inizio ti si arrossa il viso in quanto il cuore ed il sistema cardio-vascolare non si sono ancora adattati. In pratica viene pompato troppo sangue verso la testa, che si trova in alto sulla Terra ma non in “zero g”.

Ci sono volute 14 ore perché mi acclimatassi e mi sentissi come se fossi sulla Terra, eccetto per il fatto di essere in un ambiente in cui tutto ti svolazza attorno. In particolare ho avuto mal di stomaco, causato dalle continue rotazioni del mio corpo, sebbene non nella misura mostrata nel film. Poco dopo aver raggiunto l’orbita, ho avuto il compito di predisporre le camere, le pellicole e i cavi per essere pronti a scattare fotografie quando avremmo lasciato l’orbita terrestre per dirigerci verso la Luna. Questo ha comportato un sacco di rotazioni e cambi di direzione per estrarre il tutto dai vari contenitori posti sotto i sedili. La cosa buona del “mal di spazio” è che se smetti di muoverti ti passa, mentre lo stesso non si può dire per il “mal di mare”.

Cosa hai provato quando è esploso il serbatoio dell’ossigeno? Hai avuto paura?

Il sentimento più grande dopo i primissimi momenti di confusione, durante i quali cercavamo di capire cosa avevamo perso, fu di disappunto. Mi ero preparato per anni a questa missione che mi avrebbe portato ad atterrare sulla Luna e ora quella possibilità era svanita in un istante. La perdita di un serbatoio dell’ossigeno non metteva a repentaglio le nostre vite, ma era chiaro che le regole di missione (cioè la nostra Bibbia) avrebbero imposto un aborto. Circa 50 minuti dopo, quando divenne evidente che anche il secondo e ultimo serbatoio di ossigeno si stava svuotando e la faccenda si faceva quindi molto seria, eravamo impegnatissimi ad attivare l’altra navicella. L’intensa attività per l’attivazione di Aquarius distolse quindi i nostri pensieri dalla serietà della situazione. Grazie ai molti anni di apprendimento e addestramento, avevamo inoltre una grande disciplina e confidenza in noi stessi e in coloro che erano al suolo. Per questo motivo non ho mai dubitato un istante che potessimo ritornare a Terra, o perlomeno che potessimo effettuare la manovra di rientro.

Andavate veramente al bagno come mostrato nel film?                                                        

La modalità normale di urinare era attraverso un dispositivo chiamato “Myrtle” che consisteva in un oggetto cilindrico riempito con del materiale a nido d’ape. Quest’ultimo serviva ad impedire all’urina di rimbalzare fuori e quindi spargersi all’interno della navicella. Il cilindro veniva poi connesso tramite un tubo ad una valvola collegata con l’esterno. Quando la valvola veniva aperta, la depressione causata dal vuoto dello spazio espelleva l’urina fuori bordo. Non potevamo utilizzare questa forma di espulsione dell’urina, o anche dell’acqua accumulata dal funzionamento delle celle a combustibile, solo nel caso fossero in corso esperimenti o mentre effettuavamo osservazioni visuali.

Che tipo di cibo avete mangiato?

C’erano varie forme di cibo liofilizzato, disidratato e congelato, simile a quello che oggi si può trovare negli zaini dei campeggiatori. Se escludiamo le bevande, come la Tang all’uva, non c’era nulla di buono se non aggiungevi anche acqua calda, e su Apollo 13 abbiamo perso la nostra fonte di acqua calda quando abbiamo disattivato Odyssey. E così abbiamo banchettato a pane secco, Cookie Cubes e “wet packs”. Queste ultime contenevano stufato di manzo ed hot dogs. Gli hot dogs erano freddi ma non duri come la roccia come viene mostrato nel film.

Ti è piaciuto il film?

Considerato che si tratta di una produzione di Hollywood, che normalmente si prende molte libertà, ritengo sia il migliore e più accurato film a tema spaziale che sia stato prodotto fino ad ora. Un racconto ancora più preciso del nostro volo è però quello presentato nello speciale della PBS television intitolato “From the Edge and Back”.

Per quanto riguarda invece il film, risulta non accurato relativamente alle nostre espressioni verbali e all’utilizzo di un linguaggio volgare, in quanto non abbiamo pronunciato una singola imprecazione o bestemmia durante l’intero volo. I conflitti e le discussioni animate fra l’equipaggio mostrate nel film sono una totale invenzione, probabilmente creata per renderci “più umani”. Allo stesso modo, io non ero così ammalato e certamente non così incapacitato come mostrato nel film.

L’equipaggio di Apollo 13 (da sinistra, Fred Haise, James Lovell e John Swigert) mette piede sulla USS Iwo Jima dopo il suo recupero in mare. Era il 17 aprile 1970. Credits: Space Frontiers/Getty Images

Ha mai attraversato la tua mente il pensiero di non tornare sulla Terra o di non rivedere più la tua famiglia?

Come ho già detto non ho mai dubitato un istante che potessimo ritornare a Terra, tuttavia durante la mia carriera di aviatore come pilota da caccia, pilota collaudatore e poi come astronauta, ho sempre saputo che in ogni volo c’era la possibilità di non fare ritorno. Proprio sapendo questo, ognuno di noi designa un altro all’interno dello squadrone o del gruppo per prendersi cura della nostra famiglia nel caso ci succeda qualcosa. Per il mio volo su Apollo 13 avevo designato Jerry Carr (che in seguito volerà nell’ultima missione Skylab) di prendersi cura per me delle varie cose. Abbiamo rivisto assieme documenti e clausole relativi a testamenti, polizze assicurative e quant’altro in modo che nell’eventualità fosse tutto meno difficile per la mia famiglia. Questo tipo di pianificazione è necessaria se svolgi mansioni ad alto rischio come il volo, sia esso con aerei oppure con navicelle spaziali.

Su quanti aerei hai volato?

In oltre 28 anni di carriera, ho accumulato 9.100 ore di volo su oltre 80 tipi di macchine volanti fra aerei da caccia, da trasporto, da bombardamento, elicotteri, alianti e navicelle spaziali.

Come avete realizzato il filtro per l’aria e di quali materiali era costituito?

Contrariamente a quanto mostrato nel film, dove mi si vede strappare del materiale plastico, io non sono stato coinvolto nella costruzione del filtro dell’aria. In quel momento io stavo dormendo ed il filtro è stato realizzato da Jim Lovell e Jack Swigert. Come materiali furono utilizzati principalmente sacchetti di plastica in cui erano contenuti sottovuoto i nostri vestiti di riserva, le copertine dei libri contenenti le checklist e nastro adesivo. L’indicatore del livello di CO2 superò effettivamente la “linea rossa” e fece scattare il Master Alarm, sebbene non sentii alcun effetto negativo in quel momento.

Hai preso parte alle riprese del film?

Nessuno dei personaggi reali coinvolti nella missione ha recitato nel film. I fatti raccontati si sono svolti decine di anni prima. Jim Lovell è apparso nella scena finale impersonando il Capitano di Vascello della portaerei Iwo Jima, ma senza pronunciare battute. Tutti i caratteri principali del film sono stati impersonati da attori professionisti.

Dopo Apollo 13 desideravi volare ancora?

Lo desideravo moltissimo. Sono rimasto nella rotazione come riserva del Comandante di Apollo 16 e avrei dovuto volare con Apollo 19. Ma le ultime missioni del programma vennero cancellate per ragioni di budget e quindi persi anche la mia seconda opportunità di atterrare sulla Luna. Tuttavia, nel 1977 ho avuto il privilegio di effettuare il volo inaugurale della navetta Enterprise e ho comandato cinque dei suoi otto voli all’interno del programma ALT nella base aerea di Edwards, in California.

Quanto faceva freddo all’interno della navicella?

La temperatura all’interno del Modulo Lunare scese a 2 °C, mentre nel Modulo di Comando faceva ancora più freddo in quanto non c’erano apparati elettrici in funzione. I serbatoi dell’acqua erano ancora congelati quando vennero estratti da Odyssey ed ispezionati a bordo della Iwo Jima.

Il recupero degli astronauti poco dopo l’ammaraggio. Credit: NASA

Quanto invece fece caldo durante il rientro in atmosfera?

Sulla superficie dello scudo termico la temperatura era di 2.700 °C, ma lo scudo fece quello per cui era stato progettato e cioè dissipò il calore dal resto della navicella. L’interno del veicolo era ancora freddo quando ammarammo nell’Oceano Pacifico ed era ancora freddo svariate ore dopo, quando venne portato sul ponte della Iwo Jima.

Che cos’era la manovra PC+2?

PC+2 significa Pericyncian, cioè il punto di minore altitudine sopra la faccia nascosta della Luna, più 2 ore. Questa manovra modificò la nostra traiettoria accorciando di circa 12 ore il nostro ritorno sulla Terra. Inoltre ci permise di ammarare nel Pacifico meridionale dove era posizionata la portaerei Iwo Jima. Senza questa manovra saremmo ammarati nell’Oceano Indiano dove non c’erano squadre di recupero addestrate.

Quanto è stato difficile attivare Aquarius dovendo contemporaneamente disattivare il Modulo di Comando?           

Non sono in grado di descrivere quanto fu difficile nel complesso, in quanto ci dividemmo i compiti. La maggiore difficoltà fu nel fatto di compiere delle cose mai fatte prima di allora e nemmeno mai pianificate per essere fatte. Anche il coordinamento fra le varie discipline all’interno del Controllo Missione fu una prima assoluta.

Quale ritieni sia stato l’impatto di Apollo 13 nella storia?

Probabilmente molto piccolo. Se potessimo andare 500 o 1.000 anni nel futuro e cercare Apollo nei libri o nei software, troveremmo ogni dettaglio solo delle missioni 8, 11 e 17. Apollo 8 perché è stata la prima volta che degli umani hanno avvicinato un altro corpo celeste, Apollo 11 perché per la prima volta delle persone sono atterrate sulla Luna e Apollo 17 in quanto fu l’ultima missione del programma. La lezione di Apollo 13 è servita solo nel brevissimo termine, per rendere più sicuri i successivi viaggi spaziali. Apollo 13 è però stata un’ottima storia di ciò che persone istruite, addestrate, talentuose e disciplinate possono fare lavorando in squadra, e cioè un piccolo miracolo!

Quale effetto ha avuto Apollo 13 sulla nazione e sul mondo intero?

Apollo 13, seppure per breve tempo, ha unito la nostra nazione ed il mondo (con l’eccezione della Cina che era sotto il blackout del proprio governo) nel perseguire una causa comune e nella speranza della nostra sopravvivenza. La nostra missione è anche un esempio di come l’esplorazione spaziale possa essere un obiettivo per la razza umana nel suo insieme.

Come vedi il futuro del programma spaziale?

L’obiettivo a lungo termine per la razza umana è quello di stabilirsi in un posto dell’Universo diverso dalla nostra unica “Astronave Terra”. La Terra non sarà abitabile per sempre e quindi mi sembra logico che dovremmo usare il talento che ci ha dato Dio in modo da preservare la nostra razza.

Al centro controllo missione di Houston si festeggia l’ammaraggio di Apollo 13. Credit: NASA

Cosa ti ha portato ad essere la persona coraggiosa che hai dimostrato di essere?

Domanda molto difficile. In ultima analisi è stato grazie all’educazione e all’addestramento ma anche allo sviluppo del carattere al quale hanno contribuito genitori, insegnanti, capi, amici, compagni di scuola e via dicendo. Quando raggiungi la mia età e ti guardi indietro vedi un sacco di persone che ti hanno influenzato per diventare quello che sei.

Hai avuto qualche premonizione riguardo a quello che è accaduto?

Nessuna premonizione. Naturalmente in ogni volo sperimentale di un aereo o navicella sai che c’è la possibilità che qualcosa non vada come pianificato. Proprio per questo motivo un sacco di addestramento viene speso per immaginare cosa può rompersi o andare storto e ciò che si può fare al riguardo.

Andare nello spazio ti ha fatto sentire più vicino a Dio?

No. Quando ero alle scuole superiori ho studiato astronomia e quindi ero consapevole che orbitare attorno alla Terra o spingersi fino alla Luna non significava andare poi così lontano. Il nostro Universo è enorme e lo diventa ancora di più ogni volta che ci dotiamo di un nuovo strumento di osservazione, come il Telescopio Spaziale Hubble.

Quali compiti aveva il pilota del Modulo Lunare?

Principalmente aveva il ruolo di co-pilota durante l’atterraggio, anche se il pilota del Modulo Lunare è quello che aveva una conoscenza migliore dei sistemi del veicolo. Nelle EVA lunari invece ha avuto un ruolo paritario a quello del Comandante, con l’eccezione delle ultime tre missioni, dove è stato utilizzato il rover lunare. In quel caso solo il Comandante era alla guida del veicolo.

Com’era fatto il Modulo Lunare?

Per descriverlo nei dettagli ci vorrebbero fiumi di inchiostro, ed in effetti a bordo avevamo svariati volumi che ne descrivevano i sistemi. In termini semplici, era una navicella come nessun’altra prima di lei. Il Modulo Lunare era progettato per operare unicamente nello spazio e sulla superficie lunare, con una pressione interna di 0 (cioè nulla) oppure 0,34 bar. Molti dei suoi componenti, come per esempio le ventole della cabina, potevano operare alla pressione terrestre solo per breve tempo, pena il surriscaldamento. Doveva anche essere leggerissimo. Le pareti interne erano costituite da un reticolato per impedire che l’equipaggio urtasse contro gli equipaggiamenti. Il motore di risalita dalla superficie lunare sporgeva all’interno della cabina, nella parte posteriore, protetto da una copertura sopra di esso. Su Apollo 13 è stato il posticino preferito da Jack Swigert dopo che ha disattivato Odyssey e si è unito a noi dentro Aquarius.

Cosa hai visto quando hai potuto osservare il Modulo di Servizio?

Ho visto che mancava un intero pannello. Questi pannelli erano imbullonati quindi era evidente che per strapparlo via deve esserci stata una forza molto grande. Si vedevano anche cavi recisi e coperture termiche strappate. L’antenna ad alto guadagno (quella più grande) era piegata e l’ugello del motore principale appariva ammaccato e scolorato. Il mio primo pensiero a quella vista è stato chiedermi come mai, con questi danni molto estesi, l’esplosione che abbiamo avvertito non è stata molto più violenta. Credo che la risposta sia dovuta al fatto che eravamo nel vuoto assoluto quando l’evento ha avuto luogo. Come si sa, molti dei danni di un’esplosione avvengono dalla formazione di onde d’urto. Ma nello spazio non si formano in quanto non c’è aria. Se quell’esplosione fosse avvenuta mentre eravamo ancora nell’atmosfera, la navicella sarebbe stata ridotta in mille pezzi.

Il Modulo di Servizio dopo la separazione da Odyssey. Credit: NASA

Si può dire che senza l’incendio di Apollo 1 e le successive modifiche voi non sareste mai potuti tornare indietro?

A causa della disattivazione del Modulo di Comando e del conseguente raffreddamento, ha cominciato a formarsi una considerevole quantità d’acqua al suo interno, e anche all’interno del Modulo Lunare. L’acqua ricopriva il pannello strumenti e avvolgeva le tubazioni, i cavi e i connettori elettrici. Quindi è assolutamente probabile che le modifiche apportate all’isolazione dei cavi e connettori elettrici dopo l’incendio di Apollo 1 hanno impedito che si verificasse un corto circuito quando abbiamo riattivato Odyssey poco prima del rientro.

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