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L-40: Abbiamo cariche pirotecniche sulla Sojuz… sì le abbiamo!

Samantha Cristoforetti e Anton Shkaplerov prima di una simulazione Soyuz. Credit: GCTC

Samantha Cristoforetti e Anton Shkaplerov prima di una simulazione Sojuz. Credit: GCTC

Dal Diario di bordo di Samantha Cristoforetti:

Star City (Mosca, Russia), 14 ottobre 2014—Oggi Anton e io abbiamo passato la mattina nel simulatore Sojuz per una simulazione di sgancio e rientro. Naturalmente, come di consueto nelle simulazioni, niente ha funzionato a dovere.

Infatti, non solo abbiamo dovuto affrontare un incendio, ma per buona misura il nostro istruttore Dima ci ha gettato addosso una perdita nei serbatoi dell’azoto, i quali contengono il gas ad alta pressione che pressurizza le nostre tubazioni del propellente. In poche parole—niente pressione nei serbatoi dell’azoto, niente accensioni del motore!

Ho parlato diverse volte di come affrontare un incendio nella Sojuz, per esempio qui.

Oggi vorrei parlarvi della “separazione”. Come potreste sapere, la capsula Sojuz è fatta da tre componenti: il modulo orbitale, che è l’elemento grossolanamente sferico a un estremo, il modulo di servizio con i (la maggior parte dei) motori all’altro estremo e il modulo di discesa a forma di campana nel mezzo. Solo il modulo di discesa, come suggerisce il nome, è pensato per rientrare sulla Terra: ha la forma appropriata e uno scudo termico per sopravvivere al rientro atmosferico. Quindi, dopo l’accensione del motore che ci rallenta e ci obbliga a tornare nell’atmosfera terrestre, dobbiamo effettuare la separazione: mentre siamo legati al sicuro nei nostri seggiolini nel modulo di discesa, con il portello verso il modulo orbitale chiuso, delle cariche pirotecniche spingono via esplosivamente i tre elementi. Uno di quei momenti indimenticabili durante la corsa sulle montagne russe che è il rientro nella Sojuz, o così mi viene detto. Potete saperne di più su quella corsa da questo bel video dell’Agenzia Spaziale Europea.

Ma come viene avviata la separazione?

Nominalmente, dal computer, secondo una sequenza automatica. Dopo lo spegnimento del motore, si apre la valvola di sfogo nel modulo orbitale e la sua atmosfera si disperde nello spazio. Inoltre, viene avviata una manovra di beccheggio per assumere un assetto sicuro per la separazione: è per assicurarsi che noi e i moduli “espulsi” seguiamo traiettorie separate e non ci incontriamo più. E per quanto crudele possa suonare, loro sono destinati a bruciare e noi ci dirigiamo verso casa! Finalmente, al momento predeterminato, viene inviato il comando per far brillare le cariche pirotecniche.

Se il computer principale si guasta, possiamo assumere manualmente l’assetto corretto ed eseguire una serie di comandi per effettuare la separazione manualmente al momento opportuno.

Cosa accade, tuttavia, se il nostro motore principale si guasta e dobbiamo completare l’accensione con i thruster di backup? Beh, quell’accensione dura di più, perché la spinta disponibile in quel caso è molto più piccola. Se il motore principale si guastasse verso l’inizio della manovra, NON avremmo completato l’accensione all’arrivo del momento predeterminato della separazione. In quel caso, la separazione è legata al riscaldamento dei sensori termici posizionati sul modulo di servizio. A un certo punto, mentre arriviamo nell’atmosfera sempre più densa (ma siamo ancora sopra i 100 km!), raggiungeranno una certa soglia di temperatura e quello è ciò che attiverà la separazione.

Dopodichè, nella maggior parte dei casi, il rientro sarà balistico. Giusto per fornire un po’ di stabilizzazione, durante la corsa il modulo di discesa ruoterà intorno al suo asse di 13 gradi al secondo. A parte quello, non c’è nessun controllo attivo della traiettoria: in un certo senso, cadiamo come un sasso. Potrebbe non sembrare una bella cosa, ma i rientri balistici si sono verificati diverse volte e gli equipaggi sono arrivati sani e salvi!

Nella foto potete vedere Anton e me prima della simulazione di questa mattina. Terry ci raggiungerà la prossima settimana! (Credit: GCTC)

Nota originale in inglese, traduzione italiana a cura di Paolo Amoroso—AstronautiNEWS. Leggi il Diario di bordo di Samantha Cristoforetti e l’introduzione.

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