Chi segue con passione la storia delle tute spaziali lo sa bene: nessuna tuta è mai arrivata in tempo. Non quelle del programma Mercury, non quelle di Gemini, non le EMU dello Space Shuttle. Ogni generazione di ingegneri ha promesso tempistiche che poi la realtà si è incaricata di smentire, sempre. È quasi una legge non scritta dell’astronautica.
Ebbene, il 20 aprile 2026 il NASA Office of Inspector General – l’organismo federale indipendente che vigila sull’operato dell’Agenzia spaziale statunitense – ha pubblicato un rapporto che dimostra, dati alla mano, che questa legge non scritta è ancora in vigore. Tuttavia stavolta le conseguenze potrebbero essere particolarmente serie.
La situazione: due scadenze, una sola tuta
La NASA ha due urgenze che si sovrappongono pericolosamente. La prima riguarda la Luna. Il programma Artemis prevede adesso che la missione Artemis IV riporti astronauti sulla superficie lunare nel 2028 per la prima volta dal 1972. Per farlo, servono tute specificamente progettate per il polo sud lunare, dove l’escursione termica supera i 330 ℃ passando dalle zone d’ombra alla luce diretta del Sole. Le vecchie tute Apollo A7L non sono utilizzabili. Le attuali tute EMU per le EVA, ossia le attività extraveicolari, della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) nemmeno, poiché non sono state concepite per camminare su una superficie planetaria.
La seconda urgenza riguarda la Stazione Spaziale Internazionale stessa. Le tute EMU in uso oggi hanno quarant’anni di progettazione alle spalle. Nel giugno 2024 una perdita d’acqua nel sistema di raffreddamento ha interrotto un’uscita all’esterno dell’avamposto dopo appena 31 minuti e ha paralizzato le attività extraveicolari statunitensi per sei mesi. Si prevede che l’avamposto spaziale venga dismesso attorno al 2030. Servono quindi tute nuove anche lì, e in fretta, per proseguire in sicurezza le normali operazioni manutenzione e garantirne il funzionamento.
Per rispondere a entrambe le esigenze, nel 2022 la NASA ha affidato lo sviluppo delle tute di nuova generazione a due aziende private: Axiom Space e Collins Aerospace, nell’ambito di un contratto chiamato xEVAS (Exploration Extravehicular Activity Services), del valore massimo complessivo di 3,1 miliardi di dollari. Il modello scelto è inedito per la NASA: l’Agenzia non avrebbe comprato le tute, bensì acquisterebbe il servizio di noleggio per portare a compimento le EVA. Come scrive testualmente l’Inspector General: «essentially renting the spacesuits».
Collins si ritira, Axiom rimane sola
Il primo segnale d’allarme è arrivato nel 2024, quando Collins Aerospace – l’azienda che costruisce e mantiene le tute EMU da decenni e che meglio di chiunque altro conosce i sistemi della ISS – ha dovuto restituire i suoi task order, i nostri ordini di lavoro per intenderci. Incapace di rispettare il calendario concordato, si è ritirata dal programma. La NASA aveva già speso 37 milioni di dollari su quegli sforzi. Senza risultati però!
Da quel momento Axiom Space è rimasta l’unico fornitore. Una sola azienda responsabile di sviluppare e consegnare entrambe le tute – quella lunare e quella per la ISS – senza alcuna ridondanza, senza concorrenza, senza rete di sicurezza.
I numeri del rapporto: da 2025 a 2031
Il rapporto OIG è impietoso sui tempi. Le milestone originali del contratto prevedevano la dimostrazione della tuta lunare nel 2025 e quella della tuta ISS nel 2026. Obiettivi che l’Inspector General definisce «eccessivamente ottimistici e in definitiva irraggiungibili».
Axiom Space dichiara ora di puntare alle dimostrazioni entro fine 2027. Ma il rapporto aggiunge un dato che dovrebbe far riflettere chiunque conosca la storia dei programmi NASA: «Se il calendario di test di Axiom seguirà le medie storiche dei ritardi accumulati in passato nello sviluppo delle tute spaziali, le dimostrazioni non avverranno prima del 2031».
Il 2031, per chi sta facendo i conti: è l’anno dopo la prevista dismissione della ISS, e tre anni dopo la missione lunare Artemis IV. Jordan Bimm, storico dello spazio all’Università di Chicago, pone la domanda che molti si stanno facendo sottovoce:
Questo rapporto mi fa chiedere quale sarà il vero collo di bottiglia per un allunaggio nel 2028: il sistema di atterraggio lunare o la tuta EVA. Farebbero un allunaggio senza EVA? Ne dubito seriamente, ma la situazione fa riflettere.
Il nodo strutturale: noleggiare l’innovazione
Il rapporto OIG non si limita a fotografare i ritardi. Individua anche la causa strutturale che li alimenta. Il contratto xEVAS è, come chiamano gli americani, un firm-fixed-price service contract: la NASA paga per i servizi consegnati, non per lo sviluppo. Questo modello funziona egregiamente per tecnologie mature ed è lo stesso che ha permesso a SpaceX di portare astronauti sulla ISS con Crew Dragon in modo efficiente e puntuale. Ma sviluppare una tuta lunare da zero non è come fornire un taxi orbitale. È un’impresa ingegneristica ad alto rischio, piena di incognite, in cui ogni passo avanti genera nuove domande.
Quando si usa un contratto a prezzo fisso per un’innovazione radicale, accade inevitabilmente che i contraenti facciano offerte ottimistiche per aggiudicarsi il lavoro, e che poi i conti non tornino. Lo abbiamo visto con Collins. Potremmo rivederlo con Axiom.
L’Inspector General lo dice con la chiarezza tipica dei documenti ufficiali statunitense: i contratti firm-fixed-price «[…] non sono ben adatti a sviluppi tecnologici ad alto rischio come le tute spaziali di nuova generazione».
Un problema che viene da lontano
Non è la prima volta che l’OIG alza la mano sulle tute spaziali NASA. I rapporti precedenti risalgono al 2017 e al 2021. Ogni volta la diagnosi era sostanzialmente la stessa: ritardi accumulati, obiettivi non raggiunti, programmi ridimensionati.
Quasi vent’anni di tentativi – prima interni alla NASA con il progetto xEMU, poi esternalizzati con il contratto xEVAS – senza ancora una tuta di nuova generazione operativa. La curatrice di tute spaziali allo Smithsonian Institution, Cathleen Lewis, mette il dito nella piaga con la semplicità di chi quella storia la conosce bene: «Storicamente, la tuta spaziale è sempre stata l’ultimo pezzo del puzzle del volo umano nello spazio».
È vero. Lo è sempre stato. E continua ad esserlo.
Cosa succede adesso
Il rapporto OIG formula due raccomandazioni concrete alla NASA: raccogliere input dall’industria sull’attuale struttura contrattuale, e sviluppare un piano che garantisca che l’architettura Artemis possa funzionare con qualunque tuta sarà disponibile, qualunque essa sia. Quest’ultima raccomandazione è la più significativa, perché implicitamente ammette uno scenario che nessuno vuole pronunciare ufficialmente: che la tuta potrebbe non essere pronta in tempo e che il programma dovrà comunque andare avanti.
Axiom Space continua a lavorare. I test nella piscina del Neutral Buoyancy Laboratory sono stati completati e il primo esemplare di volo è fase di assemblaggio. Il 12 febbraio 2026 la tuta ha anche superato la revisione tecnica interna dell’azienda. I progressi ci sono, e sono reali. Ma tra i progressi reali e una tuta certificata, pronta a portare un essere umano sulla superficie lunare, c’è ancora molta strada. E il 2028 si avvicina.
Chi ama la storia delle tute spaziali – e chi ha passato anni a studiarla – sa che questa storia finirà bene. Ogni tuta, alla fine, è arrivata. La Mercury, la Gemini, la A7L lunare, le EMU dello Shuttle. Sempre in ritardo, sempre con qualche compromesso, sempre più costosa del previsto. Ma sempre.
La AxEMU non farà eccezione. La domanda non è “se arriverà”. È: “quando?”

