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Le interviste di AstronautiCAST: Roberto Seu, Principal Investigator del radar SHARAD della sonda Mars Reconaissance Orbiter

Trascrizione dell’intervista audio di Marco Zambianchi al Dott. Roberto Seu, dell’episodio S02E03 del podcast AstronautiCAST pubblicata il 2 Marzo 2009. Il dott. Seu è responsabile scientifico del radar SHARAD che è a bordo della sonda della NASA Mars Reconaissance Orbiter.

Marco: Siamo al telefono con il Dott. Seu al quale chiediamo di presentarsi al nostro pubblico. Grazie di essere con noi Dott. Seu.

Dott. Seu: È un piacere. Mi chiamo Roberto Seu e sono ricercatore presso il dipartimento INFOCOM dell’Università La Sapienza di Roma, mi sono laureato nel 1985 e sin da allora ho lavorato sui sistemi radar, in particolare da quando nell’88 ho incominciato il Dottorato di Ricerca occupandomi di applicazioni radar per lo studio del Sistema Solare. Abbiamo quindi iniziato con osservazioni di comete, di Marte, Venere, della Luna, etc. Questo dipartimento costituisce un centro di eccellenza per quello che riguarda la parte relativa alle telecomunicazioni, è stato fondato nel 1983, ed è composto da una trentina fra ricercatori, professori ordinari e professori associati che lavorano con contratti forniti da Università, Ministeri, Comunità Europea, agenzie spaziali ed anche industrie svolgendo ricerche avanzate su sistemi di comunicazione sia cablati che wireless, sulle reti di telecomunicazione, elaborazione dei segnali e delle immagini, multimedialità e quindi anche di internet. Infine, il gruppo di ricerca a cui appartengo si occupa di telerilevamento sia terrestre, quindi osservazione della Terra da satellite o da aereo con sistemi radar, sia interplanetario.

Le tre principali missioni nelle quali siamo coinvolti con ruoli importanti sono la missione Cassini, con il radar che sta attualmente osservando Titano ed il sistema di Saturno, la missione Mars Express dell’Agenzia Spaziale Europea, che con un radar sviluppato in collaborazione con il JPL della NASA sta osservando Marte, ed infine il radar di cui io sono il responsabile scientifico: SHARAD, che si trova sulla sonda della NASA Mars Reconaissance Orbiter che da oltre due anni orbita attorno a Marte osservandolo.

I radar per l’esplorazione planetaria

Marco: Infatti abbiamo trovato i suoi riferimenti appunto su uno dei comunicati stampa della NASA che normalmente esaminiamo su forumastronautico.it, e siamo rimasti subito incuriositi dalla presenza di un italiano in questo progetto. Sapevamo che l’Italia è molto avanti per quel che riguarda le tecnologie radar nell’esplorazione interplanetaria, e questo ci rende sicuramente molto orgogliosi, ma abbiamo anche notato nella nostra esperienza che al di fuori della cerchia di noi appassionati, abbastanza poco si conosce su questi strumenti. Allora potrebbe essere lei a spiegarci che cos’è SHARAD, in che modo funziona, diciamo pure a livello divulgativo e non proprio supertecnico, e come mai, secondo lei, la scoperta dell’acqua che è stata fatta con SHARAD ha suscitato tanto scalpore rispetto alla notizia della presenza di acqua che era un elemento oramai acquisito da diverso tempo?

Dott. Seu: SHARAD è un sistema radar, e credo che la maggior parte delle persone che ascolteranno questa intervista sappiano cosa è un radar. Il radar è maggiormente conosciuto come un sistema per il controllo del traffico aereo, quindi è il sistema che consente ad un operatore di controllo del traffico aereo di visualizzare su di uno schermo le coordinate e la posizione degli aerei che stanno volando nelle diverse aerovie dei nostri cieli. In effetti il radar ha molteplici applicazioni, fra cui questa, che ci siamo inventati noi in Italia, devo dire, e scusate questa mia punta di orgoglio. Il sistema SHARAD semplicemente trasmette, tramite le sue antenne, un’onda elettromagnetica che si propaga nell’atmosfera marziana (perché SHARAD è montato su MRO che orbita Marte ad una quota di circa 300 km), alla velocità della luce e quando incontra la superficie di Marte, una parte di questo impulso elettromagnetico viene riflessa ritornando verso il radar. Quindi il radar è in grado di captare l’eco dalla superficie, e pertanto vede la superficie. Ma non finisce qui, perché le onde elettromagnetiche hanno la capacita di propagarsi anche oltre, al di sotto della superficie. Un esempio tanto per far capire: Se lei si chiude in una stanza senza finestre, ed accende la radio, o il cellulare, lei può ascoltare la radio, e può utilizzare il cellulare, quindi i muri della stanza se da un lato bloccano la luce, dall’altro non bloccano un determinato tipo di onde elettromagnetiche. Quindi è un problema di frequenza di queste onde elettromagnetiche. Le basse frequenze possono oltrepassare questi ostacoli ed andare oltre.

SHARAD è stato quindi progettato per funzionare con delle frequenze in grado, oltre che ad essere riflesse dalla superficie, anche di penetrarvi al di sotto vedendo quello che c’è. Pertanto, anche al di sotto della superficie, quando l’impulso elettromagnetico incontra un ostacolo di natura diversa, una sua parte viene ancora riflessa ritornando verso il radar che a sua volta ne rivela la presenza. Quindi in questo modo noi possiamo fare una sorta di, mi lasci dire, “ecografia”, ma con una differenza: nella normale ecografia la sonda, per motivi tecnici, deve essere necessariamente appoggiata sul nostro corpo, però essa non vede il nostro corpo, ma solo quello che c’è sotto la sua superficie. La sonda vede il nostro cuore, i reni, i nostri altri organi.

Nel caso di SHARAD, noi è come se facessimo un ecografia, ma senza avere bisogni di avere l’antenna, il sensore, appoggiato sulla superficie. Possiamo farlo a distanza. Così vediamo sia la superficie, per il fatto che analizziamo a distanza, che quello che c’è sotto, entro certi limiti ovviamente, anche perché bisogna poi vedere quali sono le caratteristiche di propagazione di queste onde elettromagnetiche e degli echi che vengono riflessi e le capacità del radar di distinguerli rivelandone la presenza.

Riguardo alla seconda parte della sua domanda, molto interessante, vorrei prima fare una precisazione. Nell’immaginario collettivo, quando qui si parla di acqua si pensa sempre all’acqua in forma liquida, come quella che in gran parte costituisce il nostro pianeta ed il nostro corpo, e come quella che beviamo dal rubinetto. In effetti, quando noi in riferimento a SHARAD parliamo di acqua, lo facciamo in senso molto generico. Acqua per noi significa, in termini tecnici, semplicemente H-2-O, la sua formula chimica quindi, però questo non specifica quello che riguarda la sua forma fisica. Tutti quanti sappiamo che l’acqua pro presentarsi in forma liquida, solida (ghiaccio), e quando diventa vapore in forma di gas. Quello che abbiamo trovato con SHARAD, è la presenza di acqua in forma solida. Al momento non c’è nessuna evidenza della presenza di acqua in forma liquida. Mentre la presenza di acqua in forma gassosa è stata rilevata da altri strumenti. A questo punto qualcuno potrebbe obbiettare: “Ma allora che scoperte avete fatto?  Perché che ci fosse ghiaccio su Marte lo sapevamo già dagli anni ’70 con le missioni Viking.” E questo è vero, però c’è una grossa differenza in quello che ha dato in più SHARAD rispetto agli altri esperimenti. Noi non abbiamo visto questo ghiaccio d’acqua solamente in superficie, noi abbiamo continuato a vederlo, a misurarne le caratteristiche ed a misurarne lo spessore, anche sotto la superficie. Praticamente è come se avessimo misurato il volume del ghiaccio presente in determinate zone di Marte, non ci siamo limitati a dire che c’è ghiaccio. Abbiamo potuto quantificare con una certa accuratezza quanto ce n’è di ghiaccio. Questa è la novità estremamente importante, e quindi il ritorno scientifico originale che ha dato questa missione e questo esperimento.

La ricerca dell’acqua su Marte

Marco: Ho capito. Questo anticipa la domanda che le volevo fare successivamente, che riguardava i principali risultati scientifici raggiunti fino ad oggi, ed in particolare la latitudine alla quale avete scoperto questi giacimenti, anzi no questi ghiacciai, possiamo chiamarli ghiacciai sepolti, è corretto?

Dott. Seu: Si. Diciamo che l’anticipazione è stata un po’ minima, in realtà che parecchio altro da dire, e quindi rispondo molto volentieri a questa sua nuova domanda. Diciamo che a parte misurare lo spessore del ghiaccio e tutto il resto, che è già un risultato scientifico che ha meritato la pubblicazione immediata su Science, in due anni di missione noi abbiamo già avuto il piacere e l’onore di avere sei pubblicazioni accettate da Science, quindi oltre ad avere questa idea della misurazione del volume di ghiaccio, altri risultati importanti sono che ad esempio questi ghiacci li abbiamo trovati ai poli, ma era scontato, lo sapevano tutti. Ma la novità è stata che noi abbiamo visto la stratigrafia. I ghiacci nei poli di Marte sono organizzati a strati, e questo lo si è visto con la strumentazione ottica in corrispondenza di alcune scarpate, proprio come avviene sulla Terra.

Questi strati dal punto di vista ottico sono caratterizzati da diversi livelli di grigio, appaiono quindi come neve sporca. Le impurità presenti in questi strati di ghiaccio sono in quantità volumetrica diversa. Ma perché  nei ghiacci polari c’è polvere? Perché su Marte normalmente ci sono degli eventi meteorologici che comprendono anche le tempeste di sabbia, quindi a seconda delle ere, del clima che c’è stato su Marte, e dei venti, questi ghiacci polari che si sono stratificati in milioni e milioni di anni, presentano diversi gradi di impurità che sono legati a questi eventi. Per cui una delle scoperte che sono state fatte e già pubblicata su Science, è che ad esempio è stato possibile ricostruire l’andamento, nei milioni di anni che hanno preceduto le osservazioni odierne, dell’inclinazione dell’asse di Marte, che è variato di diversi gradi contrariamente a quello che succede per la Terra, e che ha causato variazioni climatiche importanti. Faccio una piccola premessa di ordine fisico: se abbiamo un piano fatto di un certo materiale e sopra vi appoggiamo dei pesi, a seconda del tipo di materiale, questo si flette. Per esempio se abbiamo una tavola di legno e noi vi appoggiamo un peso, in corrispondenza del punto di appoggio di questo peso, la tavola può flettersi. In scale ovviamente proporzionali, questo succede, ed è stato osservato anche sulla Terra, anche per quello che viene chiamato il “bedrock”, ovvero la base rocciosa su cui poggiano materiali che possono sovrapporsi. Allora, nel caso del polo, questo materiale è ghiaccio. Abbiamo spessori dell’ordine del chilometro e più di ghiaccio che poggiano su questo bedrock, su questa base rocciosa. Noi siamo in grado di vedere questa base rocciosa con il radar, perché come spiegavo prima, l’impulso elettromagnetico che si propaga incontra la base rocciosa che essendo una discontinuità riflettente, ci permette di osservarne l’eco, ed in base al tempo di ritardo ne misuriamo lo spessore, e quindi ne misuriamo la posizione.

Marco: Quindi attraversate letteralmente tutto il polo…

Dott Seu: Il ghiaccio attenua pochissimo le onde elettromagnetiche, non a caso vengono dati agli sciatori degli strumenti ad onde elettromagnetiche come precauzione contro le valanghe, appunto perché le onde elettromagnetiche si propagano facilmente attraverso il ghiaccio e la neve raggiungendo i sensori di rilevamento.

Osservando la suddetta base rocciosa, abbiamo notato che la sua deflessione era minima, e questo significa che la base rocciosa è molto più solida, molto più basaltica e molto più forte di quello che si pensasse. Pertanto Marte risulta essere un pianeta dalla superficie estremamente fredda, appunto perché questa base rocciosa impedisce in una certa misura la diffusione del calore interno del nucleo del pianeta, come quello del nucleo della Terra, che è molto caldo, tant’è vero che abbiamo ancora vulcani attivi. Su Marte ci sono stati dei vulcani una volta, e ne abbiamo l’evidenza; uno fra tutti è il Monte Olimpo, un vulcano spento di trenta chilometri di altezza. Non ci sono più vulcani attivi ovviamente, lo sappiamo benissimo. Ma una volta ce n’erano. Questo significa che il calore emesso dal nucleo di Marte viene in qualche modo bloccato da questo mantello roccioso che ha una capacità termica minima. Quindi l’ipotesi di trovare acqua liquida su Marte era basata sul fatto che pur essendo la sua superficie fredda, al suo interno vi è calore che si propaga, e quindi ad una certa profondità questo calore dovrebbe essere in grado di sciogliere il ghiaccio. Questa ipotesi non è stata smentita ma è stata modificata dimostrando che lo scioglimento del ghiaccio avviene a profondità maggiori di quelle previste dalle teorie sviluppate solamente un decennio fa.

Quindi sulla base di questi dati, stiamo dicendo che sarà molto più difficile di quanto pensato prima trovare acqua in forma liquida al di sotto della superficie di Marte alle profondità raggiungibili dai radar che in questo  momento stanno orbitando attorno al pianeta.

Il lancio della sonda Mars Reconaissance Orbiter tramite con un razzo Atlas V dal Launch Complex 41 della Cape Canaveral Air Force Station avvenuto alle 7:43 a.m. EDT del 12 Agosto 2005. (C) NASA/KSC

Le condizioni del ghiaccio

Marco: Insomma, quest’acqua liquida ci sfugge un po’…stavo inoltre pensando al discorso che lei mi stava facendo riguardo al fatto che potrebbe essere lo spessore, il peso e la massa stessa del ghiaccio a generare la liquefazione nel punto di contatto con la roccia ma più che per un effetto del calore interno di Marte, per il calore generato dalla pressione stessa.

Dott. Seu: Esatto, ha perfettamente ragione; però fatti due conti, non ci sono le condizioni. Nonostante la pressioni, le temperature impediscono comunque all’acqua di liquefarsi. E questi sono conti fatti sulla base delle osservazioni e dei dati, ed in parte essi sono dati sperimentali ed in parte sono il risultato di elucubrazioni. Ad ogni modo, al momento, non abbiamo evidenza della presenza di acqua in forma liquida. Ancora non ci siamo arrivati.

Un’ultima cosa interessante da dire è che contrariamente a quello che si pensava, abbiamo scoperto sempre con SHARAD, che anche a latitudini medie, quindi non lontanissimo dall’equatore, cosa che sembrava quasi impossibile, c’è del ghiaccio in formazioni particolari che sono presenti con frequenza piuttosto elevata a medie latitudini. Abbiamo trovato delle presenze di ghiaccio al di sotto di coltri di polvere. Ghiaccio che è presente in misura notevolmente superiore a quella che qualunque planetologo o geologo potesse immaginare.

L’interesse per Marte

Marco: La natura ci sorprende sempre anche di fronte alle ipotesi più documentate. Questo forse spinge anche poi in futuro a mandare ulteriori missioni, perché se in qualche modo SHARAD o le missioni precedenti avessero sciolto tutti i dubbi, non ci sarebbe più questo stimolo a continuare ad investigare. Poi Marte sembra essere un generatore continuo di stimoli per indagare  per capire i meccanismi che ogni volta sembriamo riuscire ad afferrare, e poi in realtà ci sfuggono, ed ancora una volta si pongono nuovi interrogativi.

Dott. Seu: Ha perfettamente ragione. Tant’è vero che le posso confermare, grazie ai miei contatti che ho con la NASA ed il JPL, che nonostante i tempi di recessione, essendo Marte il pianeta del sistema solare più simile alla Terra, c’è un grande interesse. Ci sono grossi sforzi da parte della NASA e anche di altre agenzie spaziali, fra cui anche la nostra, per continuare a studiare la possibilità di poter mandare un giorno l’uomo su Marte. Questo giorno sarà molto lontano, si parla del 2030, 2040; però c’è ancora questo desiderio di continuare a studiare l’opportunità di creare delle basi su Marte su cui mandare l’uomo. Il fatto che i nostri strumenti, che possono essere considerati dei precursori, ci dicono che in certe zone di Marte ci sia del ghiaccio, rende possibile comunque l’installazione di una base, perché il ghiaccio con processi molto semplici può essere comunque trasformato in acqua, che è indispensabile e fondamentale per la sopravvivenza dell’uomo, e che di certo non possiamo pensare di portare su Marte con dei serbatoi…

Marco: No, no, si avrebbero problemi energetici pazzeschi per portare un tale peso fino a là. meglio produrre in loco se possibile.

Dott. Seu: Certo, non ci sono alternative.

Caverne marziane?

Marco: Qualche mese fa, se non sbaglio lo scorso anno, avevamo visto trasmesse da uno degli orbiter attorno a Marte, delle immagini molto curiose, di vere e proprie voragini che si aprivano in alcune zone di Marte. Dei buchi di cui non si riusciva ad intuirne il fondo e la profondità. Con l’attività di SHARAD avete mai scoperto nel sottosuolo di Marte delle caverne o delle aperture, non ci aspettiamo nulla di fantascientifico ma semplicemente proprio delle caverne come le abbiamo noi qui sulla Terra, visto che può penetrare al di sotto della superficie per una certa profondità, ora non ho idea di quanto sia la capacità di penetrazione di SHARAD nella superficie marziana, mi deve scusare, magari la nostra domanda non è molto propria.

Dott. Seu: Assolutamente. La domanda è molto appropriata ed è anche interessante. Se capisco bene, le formazioni di cui lei parla dovrebbero essere dei canyon che sono già stati osservati da Schiaparelli un paio di secoli fa. La presenza di questi canyon, anche se non ne sappiamo un gran ché è assodata. Riguardo alle caverne, esse potrebbero esserci. Si parla di tubi di lava, ed è un’ipotesi che riguarda non solo Marte ma anche la Luna. Sono formazioni in cui la lava è fluita e poi per una qualche ragione, in qualche modo, si sono formati dei vuoti, delle caverne, se vogliamo come dice lei. Ora, l’evidenza di queste formazioni non è ancora stata trovata. Potenzialmente però, SHARAD potrebbe vederle, perché il principio è molto semplice. SHARAD penetra sotto la crosta marziana e se c’è una caverna, significa che c’è una discontinuità, perché dalla roccia si passa al vuoto, e dal punto di vista elettromagnetico, questa è una discontinuità che genera una riflessione, quindi se ci fosse qualcosa del genere sicuramente lo si potrebbe vedere, e dal punto di vista teorico queste sono formazioni visibili.

Le sfide della comunicazione pubblica delle ricerche planetarie

Marco: Siccome manca l’ultima domanda che è quella relativa a come l’uomo della strada, secondo la sua sensibilità, percepisce l’importanza del vostro lavoro e quanto passa a questo cittadino italiano qualunque. È più difficile secondo lei illustrare i risultati di una missione che non produce immagini o di una che invece produce delle immagini dando però solamente delle informazioni parziali?

Dott. Seu: Sicuramente un sensore di una qualunque missione che come dato scientifico produce delle immagini ovviamente anche per l’uomo della strada è un qualcosa di maggiormente affascinante perché vede un qualcosa che gli è famigliare, perché vede una fotografia. È come se vedesse una fotografia di un bellissimo paesaggio sulla Terra. È un qualcosa di diverso ovviamente, quindi se vogliamo ancor più affascinante. Quindi è facile colpire e destare la meraviglia delle persone. Nel nostro caso è molto più complicato. Anche noi con SHARAD produciamo delle immagini, ma sono immagini fra virgolette. Le nostre immagini si chiamano radar-grammi; sono dei grafici tridimensionali in cui noi abbiamo sull’asse orizzontale il tempo, ovvero la posizione del satellite lungo l’orbita, sull’asse verticale mettiamo il tempo di ritardo, quindi quello che il radar riceve in funzione della distanza e delle cose che vede, mentre nella terza dimensione mettiamo il livello di grigio di questa immagine, che ci dice l’intensità dell’eco che è stata riflessa dalle varie formazioni che il radar ha osservato. Questa è la nostra immagine.

Far vedere una cosa del genere all’uomo della strada e spiegargliela non è proprio una cosa banalissima. Quindi su questo devo dire che noi in questo senso siamo svantaggiati. Oltretutto, se mi da ancora un minuto, io vorrei dire ancora una cosa. Devo dire che per la prima volta, proprio grazie a questi esperimenti come SHARAD e MARSIS, c’è da parte della nostra agenzia spaziale ovviamente in collaborazione con tutti i team scientifici, i gruppi di scienziati che lavorano su questi dati, c’è, dicevo, il grosso sforzo di creare delle pagine web con delle informazioni che siano accessibili all’uomo della strada. Cioè quello che gli americani chiamano Educational Publical Bridge, di cui la NASA si vanta, e che in America viene fatto in modo capillare, nel senso che le persone che lavorano a questi esperimenti vanno di continuo a presentare i risultati ed a spiegare i principi fisici con cui funzionano questi esperimenti, nelle scuole e in diverse comunità. Questa cosa viene fatta in modo capillare e continuo, e l’uomo della strada sa che una parte delle sue tasse sé stata spesa per ottenere questi risultati. Da noi questa cosa è molto meno diffusa, e solo adesso si sta creando una sorta di marchingegno simile. Anche noi stiamo creando delle pagine web di Educational Publical Bridge, e cercheremo di raggiungere scolaresche, comunità e l’uomo della strada e cercheremo di affascinarli con quelli che sono i nostri risultati ed il ritorno scientifico.

Parlando della missione Cassini, essa è costata tantissimi soldi. Una volta ho partecipato ad una conferenza stampa di un dirigente della NASA, e sono rimasto estremamente sorpreso, sa per quale ragione? Io non mi sarei mai aspettato una risposta del genere da un americano. Una persona osservò che Cassini era costata troppo e che in America secondo lui c’erano tante altre cose che andavano male per le quali non era stato investito abbastanza, e ne spiegava il perché. Questo dirigente della NASA per rispondere citò Dante e disse: “Nati non foste a viver come bruti, ma per servir virtute e conoscenza”. E gli spiegò che la conoscenza non è una cosa dalla quale si può prescindere. Non si può pensare solamente alle esigenze giornaliere, pure importanti. Ma bisogna pensare anche al futuro.

La complessità delle missioni spaziali

Marco: Quale domanda sul suo lavoro le piacerebbe ricevere ma non le viene mai fatta? E questo direi che potrebbe  essere un buon viatico per chiudere la nostra intervista.

Dott. Seu: Questa è più complicata! Una domanda che mi piacerebbe ricevere in questo senso è una domanda poco scientifica e rispecchia un po’ quello che c’è nel retroscena. Ovvero che cosa significa mettere in piedi un esperimento del genere, che lavoro si fa, quali sono le soddisfazioni ed i sacrifici, i rapporti con le persone, tutto quello che c’è dietro il mettere in piedi giorno per giorno tra mille difficoltà ma anche tra mille soddisfazioni una cosa del genere.

Ecco, glie ne dico una per tutte, che forse non mi farà molto onore ma la voglio dire lo stesso.  Io ero al JPL quando nel Settembre 2006 abbiamo inviato il comando per l’apertura delle antenne di SHARAD. Le antenne di SHARAD alla partenza di MRO erano ripiegate all’interno di un box che doveva essere aperto con un telecomando inviato dal JPL. Di seguito, le antenne si sarebbero dovute aprire naturalmente tramite un meccanismo a molla. La cosa presentava dei margini di rischio piuttosto ampi, non era un operazione molto banale. Come detto io ero al JPL in quel momento, e quando è arrivata la prima telemetria dal satellite che mostrava che le antenne di SHARAD si erano aperte regolarmente e che SHARAD poteva essere acceso e funzionare, beh, io mi sono messo a piangere!

Marco: Beh, insomma, è il coronamento di tanti anni di lavoro, e non c’è assolutamente nulla che non le debba fare onore!

Dott. Seu: Questo è successo nel 2006, e la prima volta in cui ho presentato alla NASA il mio progetto di SHARAD è stato a Dicembre 2001, quando è poi stato approvato. La prima volta in assoluto in cui ho esposto la mia idea è stato a Houston in Texas ad una riunione di planetologi e geologi, e mi hanno preso per matto, mi hanno detto che non avrebbe mai funzionato. Questa è un’altra piccola grande soddisfazione della mia vita.

Marco: Bene, io intanto ho recuperato il comunicato stampa: era il 21 Settembre del 2006 quando avete aperto le antenne di SHARAD.

Dott. Seu: Esatto. E subito abbiamo trasmesso e ricevuto i primi segnali.

Marco: Benissimo. È stato veramente un grande piacere chiacchierare con lei…

Dott. Seu: Il piacere è stato mio!

Marco: Ci ripromettiamo di renderle il miglior servizio possibile all’interno di AstronautiCast, quindi come le ho detto lei avrà modo di riascoltarci e magari se ci saranno delle altre novità o delle nuove scoperte inerenti SHARAD, magari ci permetteremo di disturbarla nuovamente.

Dott. Seu: Non è assolutamente un disturbo. Per me è un piacere!

Marco: Benissimo, allora la ringrazio Dott. Seu e alla prossima!

Dott. Seu: Sono io che la ringrazio per aver considerato la mia partecipazione alle vostre attività. Arrivederci.


Trascrizione a cura di Luca Frigerio. AstronautiCAST, il primo podcast italiano sull’astronautica e lo spazio, è un’iniziativa dell’Associazione ISAA.

Nell’immagine in evidenza, una rappresentazione artistica della sonda MRO in orbita marziana mentre utilizza il radar SHARAD.

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